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"El Cor" - Foto di Danilo Benvegnu'' -

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venerdì 3 dicembre 2010

I NONNI D'UN TEMPO - QUARTA PARTE


I NONNI D’UN TEMPO - QUARTA PARTE


Altro capitolo magistralmente raccontato da Cherubino Miana.


….quando avevo solo diciotto mesi iniziai la mia vita da emigrante, le case d’un tempo si sa erano abitate da famiglie numerose e la camera da letto poteva contenere soltanto un certo numero di persone. Allora provvedevano a darti una mano i parenti più stretti, per lo più gli altri nonni e nel mio caso fu così, solo che abitavano a circa due chilometri dalla casa dove ero nato, in una frazioncina chiamata “Le Corone”.


Oggi due chilometri son niente, anche perché con i mezzi attuali in due minuti ci arrivi, ma allora che dovevi andare a piedi era ben lunga ed io camminavo appena. Era febbraio, nella camera si preparava una nuova nascita e me ne andai emigrante alle “Corone”. Mi portarono in spalla per non farmi stancare troppo, con indosso una sciarpa nera di quelle che allora usavano le donne, in lana di pecora nostrana. I nonni materni naturalmente vivevano da soli lì nella casa dalla quale si vedeva tutta la piana di Agordo e le case ed il Broi, mi volevano molto bene. Il nonno Modesto, uomo rude in apparenza e forse anche in sostanza, la nonna Nina invece dolce e premurosa, cantava sempre, canzoni di una volta, del periodo fascista, aveva una bellissima voce ed era molto intonata. E poi c’era con loro la bisnonna Anna, indimenticabile, amante del ballo e che camminava sempre a piedi nudi anche nel periodo invernale.


La loro era una modesta casa, con una cucina, una stube che funzionava come salotto, stanza da lavoro e da letto, una anticantina dove dormiva la bisnonna ed una cantina per il formaggio ed i salami. Il servizio igienico, dialettalmente chiamato “trala” era uno sgabuzzino in legno posto all’esterno in fondo alla scalinata aperta che collegava la cantina alla cucina, c’era inoltre una soffitta per mettere a maturare il sorgo e dove il nonno teneva tutti i suoi attrezzi da seggiolaio e la sua bicicletta con annesso carretto per la paglia.








Non ricordo quale fosse stata la mia reazione alla nuova condizione che mi era stata imposta, fatto sta che con i nonni materni fu subito un adattarsi in positivo, vuoi per il carattere molto bello della nonna vuoi anche perché in febbraio col freddo che faceva il nonno mi prendeva tutto il pomeriggio sul "fornel "al caldo assieme a lui e così accoccolato ritrovavo quel calore familiare che probabilmente mi mancava. La cucina invece era molto fredda perchè un grande camino si mangiava il caldo e lo portava al vento, era un camino proprorzionato per accogliere il fumo della caminazza e della stube nel medesimo tempo quindi doveva essere ampio, ma col fumo se ne andava anche il caldo per cui l’unico locale dove si poteva star bene era la stua. Lì di notte dormivi, i nonni sul letto ad una piazza e mezza, come era d’uso allora ed io su una brandina vicina al loro letto che poi durante il giorno era usata da tutti come divano. La stanza non era grande, ma adatta ad eseguire tutti i lavori che in quel tempo servivano alla sopravvivenza. La nonna solitamente si sedeva su una sedia vicino al grande armadio a cassetti nel quale teneva tutta la dote di ognuno, il cassetto più in alto per le camicie e le maglie del nonno, il secondo per le sue e gli altri per le lenzuola, asciugamani ecc. In ognuno di questi cassetti era nascosta una mela cotogna che serviva a profumare tutta la biancheria. Sopra questo armadio una serie di foto bianco e nero ricordavano i parenti scomparsi o lontani e c’era pure il contenitore del tabacco per il nonno, gran fumatore di pipa.






Nell’angolo c’era invece un piccolo armadio nel quale mettevano il cappotto e le scarpe, poche cose si sa per una stagione di carestia. La grande stube ad arco “El Fornel” era però il protagonista principe di quelle stagioni nelle quali il freddo la faceva da imperatore. La sua bocca era nella cucina e la prima cosa che si faceva il mattino alle quattro prima di andare a mungere era proprio quella di accendere il fuoco entrando nella bocca con dei rametti sottili di abete seccati e privi degli aghi e poi delle grandi fascine di nocciolo o di frassino, fatte la stagione precedente ed ammucchiate vicino al muro della casa sostenendole con due stanghe di abete inchiodate sulla cima alle travi del tetto. Allora avevano già inventato le energie alternative, senza tanta tecnologia, ma con la saggezza dettata dalla necessità di chi vive in montagna. La stua serviva anche al nonno quando decideva che c’era bisogno di cambiare le sedie, che rifaceva di sana pianta oppure solo da reimpagliare, cosa che al solito dedicava qualche pomeriggio quando fuori nevicava e quindi non ci si muoveva salvo che per andare alla stalla o a prendere l’acqua alla fontana, in due bellissimi secchi di rame con i bordi in ottone. La nonna nel frattempo filava, la lana della sua unica pecora che aveva tosato lei in autunno e che portata a far cardare ad Agordo faceva un bel mucchio grigio, morbidissimo, che lei con mani magre ed ossute riusciva a sciogliere in un filo finissimo che si avvolgeva lentamente su un fuso con due ali che girava, girava spinto da una ruota in legno con un cordino artigianale come collegamento. Il tutto azionato dal piede destro della nonna, come un suonatore di pianoforte. Ecco, lei non aveva i tasti, non usciva musica dal suo strumento, ma dalle sue abili mani un filo che poi sarebbe servito, per maglie, calzetti, berretti tutti fatti a mano con due o quattro ferri al caldo della stube nelle serate invernali, quando radio e televisioni non si usavano perché l’uso era proibito dalla mancanza di denaro.






Anche il letto era scaldato con energie alternative, un’attrezzo in legno a doppi archi, chiamato chissà perché “monega”, veniva posto sopra il materasso di foglie di granturco al suo interno un recipiente metallico che conteneva le braci della cucina ancora brillanti e poi sopra il lenzuolo e la coperta. L’attrezzo teneva il tutto distante dalle braci, ma il calore emanato da queste rimaneva all’interno tra il materasso e la coperta, così quando decidevi di infilarti, togliendo la “monega” il posto era caldissimo ed il tepore naturale era un sedativo che ti faceva accoccolare e prendere sonno in un attimo. La nonna di sera lavorava con i ferri da calza perché la luce della lampada era poca e quindi era difficile applicarsi nelle altre lavorazioni. Al mattino invece dopo aver munto e preparato la colazione con il pane fresco comprato quando andava a portare il latte alla latteria, era dedicato alla cucitura ed aggiustatura delle stoffe di casa, pantaloni del nonno, tovaglie o lenzuola, cosa che lei faceva con la sua Necchi a manovella indispensabile compagna di una vita delle donne d’un tempo.




Non erano lavori completi, per quelli c’era una sarta itinerante “La Bia” che passava per le case, chiamata per produrre pantaloni, giacche o altro indumento in stoffa, “La Bia” non era sposata era una donna molto fine sia nel lavoro che nel parlare ed era molto amica della nonna dove era richiesta la sua opera una volta l’anno. Ma erano tantissimi i lavoretti del mattino, macinare il caffè con il vecchio macinino in legno e lo stesso macinino si usava a macinare il pepe, così avevi ogni tanto un caffè speziato o pepato che dir si voglia che faceva venire la pelle d’oca al primo sorso. Il sale grosso invece veniva pestato in un attrezzo in legno in genere frassino o acero, con il pestello pure in legno ma di una qualità più dura, solitamente di maggiociondolo. Poi verso le undici il rito dell’immancabile polenta, la farina tenuta nel “Banc” vicino alla “Caminazza” perché non si inumidisse, il formaggio fritto, il salame con “el toca da boia” ed intanto sulla catena posta sotto la grande cappa in legno, annerita dal fumo, bolliva la minestra di fagioli condita con la cotica del maiale, magari con l’aggiunta di qualche osso affumicato, oppure in alcuni casi con il soffritto fatto con cipolla e pancetta o lardo con una vena di magro, mangiare povero, ma d’un gusto contadino che non dimentichi. Rimasi dai nonni materni fin a cinque anni, ormai ero diventato figlio loro, tante erano le attenzioni che mi dedicavano, la nonna ogni tanto mi prendeva sulle ginocchia e cominciava a cantare le canzoni dell’ ”africa liberata” che le avevano insegnato, “faccetta nera” era la più bella, perché parlava di un mondo che non conoscevo e che ora comprendo meglio. La sua voce era squillante, con dei toni veramente da non dimenticare, il nonno che non sapeva cantare si inquietava, dava la colpa alle canzoni fasciste, ma si capiva lontano un miglio che era solo gelosia per non saper cantare come lei. Poi al pomeriggio verso le quattro, un uovo fresco con la marsala era la merenda, anche se, pensandoci oggi, non so quanto mi drogasse l’uovo e la marsala, ma il fatto che sia cresciuto senza problemi vuol dire che faceva bene, era un ricostituente quando vitamine o altro non erano d’uso. Imparai un po’ alla volta a conoscere tutta la storia di questi nonni, vivendoci assieme, c’era l’occasione di ascoltare i loro racconti, cose che al giorno d’oggi non si fanno più perché soppiantate da una televisione sempre accesa, su infiniti canali, incredibilmente divoratrice del tempo familiare e distruttrice di un rapporto di conoscenza tra adulti o vecchi e le generazioni di bambini nati grandi con il telecomando in mano, partecipi di una società senza storie vere, senza poesie recitate a mo di filastrocca, senza sorrisi o coccole date con una semplice carezza tra i cappelli. Mia nonna era partita in una frazione vicina, Digoman, ed aveva un padre che si chiamava Cherubino, ecco il perché del mio nome a ricordo, quale primo nipote del padre scomparso. Lei aveva sempre un passo molto svelto, snella di fisico e con delle guance che sembravano la parte della mela che matura ai raggi del sole. Era sempre di corsa in un attimo spariva ed aveva fatto andata e ritorno al paese per la spesa, per il pane, per la messa della domenica. Aveva sempre seguito la casa, ma oltre a questo provvedeva alla stalla dove l’aspettavano sempre mattino, mezzogiorno e sera, una vacca da latte, un maiale ed una pecora per la lana. La stalla era lì vicino alla strada carrabile, con vicino la fontana, così la sera potevi nel periodo invernale portare due secchi d’acqua perché si intepidissero di notte al fiato caldo della mucca. Ed avere una mucca voleva dire fare il fieno, tagliare l’erba,girarla, farla seccare finchè ne avevi il fienile pieno. Il nonno invece aveva avuto una vita molto intensa, prigioniero dopo la disfatta di Caporetto, fu catturato dopo la battaglia sull’Isonzo e portato prigioniero, lui diceva in Ungheria, non ricordava il nome del campo e così non potei mai appurare la localizzazione esatta. Fuggì e senza carta geografica o stradale si diresse verso casa, lo ricatturarono, fuggì ancora, lui diceva una trentina di volte, ma lui scappò sempre, l’ultima volta era in Austria, lo misero da dei contadini e lo impiegarono alla manutenzione della ferrovia, ma la sera tornava da quei contadini austriaci che lo sfamavano e lo alloggiavano, conservò sempre un ricordo particolare di quei momenti, forse perché avevano una figlia della sua età e questo gli rimase dentro finchè morì a novant’anni. In Austria si fermò per un po’ per riacquistare le forze e poi rifuggire verso “Le Corone”. Quando riuscì finalmente ad essere a casa incontrò la madre, la bisnonna Anna che neppure lo riconobbe da quanto mal ridotto era. Raccontava sempre che a casa c’erano solo patate da mangiare e lui cominciò a cibarsi, ma come entravano, così uscivano il suo stomaco dopo tanto digiuno non riusciva più a digerire. Lo salvò una famiglia di Rif, una frazione di Agordo, che gli portò un chilo di riso ed un litro di olio d’oliva, con quella medicina, friggendo un pugnetto di riso nell’olio, un po’ al giorno riuscì a rimettere in moto l’apparato digerente. Sin da giovane emigrato in Francia imparò il duro mestiere del seggiolaio, solo che non dormiva sotto i carretti, sulla paglia come materasso, ma s’era trovato una piccola stanza dove pagava poco, ma almeno era al coperto, così tra i vari seggiolai emigrati era conosciuto come “El conte carena”, nessuno allora ammetteva che vivere un po’ meglio fosse un avnto, la fatica ed il disagio dovevano essere il completamento di una vita di sforzi. Dopo al prima guerra mondiale, non tornò in Francia, cominciò a girare le contrade del modenese. Partiva con la sua bicicletta a gomme piene il mattino presto verso le quattro e s’involava verso Modena, fermandosi per la merenda di mezzogiorno, una pausa sola e la sera alle dieci era già lì nel Modenese. Portava con se alcuni ragazzi per insegnar loro il mestiere del seggiolaio e ricordava sempre quei giorni, il buon vino del modenese, così scuro, un bottiglione al giorno diceva che i contadini gli offrivano e lui non rifiutava mai, strano a dirsi, ma a novantenni aveva il fegato, a detta del medico, di un quindicenne ed un cuore come un motore della magnifica moto Guzzi.
Il periodo fascista lo colse mentre faceva il malgaro sulle nostre montagne, non lo coinvolse anzi, raccontava di aver pestato a sangue alcuni accoliti che salivano alla malga per fare i prepotenti, lui era un omone da una forza immensa ed usava il bastone in modo veramente superbo, non solo con gli animali che aveva in consegna, ma anche con qualche sbruffone che si era ringalluzzito con la politica.





tenuta in una scatola di legno con i coltelli a croce ben affilati, se la oliava alcuni giorni prima, la preparava sopra una tavola che agganciava ad un tavolino in modo da essere più comodo a girare la manovella, poi il giorno del sacrificio del maiale faceva tutto da solo con la sua forza incredibile, finchè squartato pendeva per l’asciugatura nel fienile agganciato a delle funi, le stesse usate l’estate per il fieno. Solo nella scelta chiamava qualcuno, per scelta si intendeva lo spolpare il maiale e dividere la carne dal grasso, il tagliare il lardo nel modo giusto, parte per utilizzarlo alla confezione dei salami e il resto per affumicarlo, sotto la grande cappa del camino di cucina ed usarlo successivamente come soffritto di condimento. La passione del nonno era il formaggio, quello invecchiato, che qualcuno riteneva immangiabile perché dicevano era stato fatto con troppo caglio, ma lui che conosceva tutto il procedimento, lo ricercava, era un formaggio che in effetti non aveva un look particolarmente invitante, la scorza era intaccata dai “caroi” in italiano probabilmente tarli del formaggio, la parte vicina alla scorza tirava sul rossiccio




ed una parte diventava molliccia con dei vermetti (fermenti) dalla testa bianca ecco per lui quella era la parte migliore, ne intingeva i bocconi di polenta e vedevi che il suo pasto lo gustava veramente, poi due bicchieri di rosso e nient’altro. Al giorno d’oggi quel formaggio è considerato pregiato, forse perché nello slow – food ne trovi poca quantità, ora i formaggi son diversi, la cura nella confezione, il tipo di cagliatura, la scuola dei casari, è tutto unificato, ma il profumo di allora rimane e nelle nostre zone lo trovi ancora in qualche fiera contadina, dove qualche vecchio contadino ha salvato una cantina umida lo rivedi, ne senti il profumo, lo guardi e solo allo sguardo ti torna in mente, la mano callosa del nonno che intinge il duro boccone di polenta gialla.

La nonna no, lei non ci riusciva, preferiva il formaggio fresco “El Spres”, formaggio giovane che aveva preso poco sale, poi due fette di salame ed una scodella di latte nel quale ci metteva le croste bruciacchiate che levava dal paiolo. Lai mangiava poco, non so come facesse ad avere tanta energia.Amava molto i fiori,i gigli bianchi nell’orto dal lato della casa li piantava per se stessa e per i propri morti, i crisantemi gialli a novembre ed i suoi inimitabili gerani, dalle foglie enormi, tutti rossi sangue, messi giù alla bellemeglio in contenitori di battaglia, vasi di plastica recuperati qua e là, i contenitori della conserva, i vecchi mastelli in legno dei crauti. Ogni gradino aveva un geranio per arrivare alla porta d’ingresso della casa. Erano bellissimi ed ogni anno ne faceva dei nuovi vasi con le talee che lei reimpiantava.
Un giorno che un villeggiante le chiese come faceva ad avere dei fiori così belli e che concime usasse, lei con naturalezza gli rispose “faccio bollire gli escrementi delle galline (schit) nell’acqua e ne verso poi un cucchiaio ogni tre giorni nei vasi dei gerani, era questo il suo segreto, che insegnò anche a me quando mi lasciò in eredità il suo geranio più bello

Qui trovate le puntate precedenti http://agneredintorni.blogspot.com/2010/08/i-nonni-di-un-tempo-parte-prima.html

E qui il seguito http://agneredintorni.blogspot.com/2010/12/i-nonni-dun-tempo-5-puntata.html







2 commenti:

  1. indimenticabili giorni

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  2. Ehi Cherubino,
    a quando un libro con la raccolta dei tuoi racconti?

    Saluti
    Giorgio

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