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"El Cor" - Foto di Danilo Benvegnu'' -

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lunedì 20 dicembre 2010

I NONNI D'UN TEMPO (5 PUNTATA)


di CHERUBINO MIANA



.....le stagioni ritmavano il tempo, era il susseguirsi calmo, anche se pieno di stenti dello scandire delle giornate, dei mesi ed ogni cosa era gia stabilita, prevista. Non c'erano i bollettini meteo, la venuta della prima neve la dovevi sentire nell'aria, con quell'olfatto allenato che solo gli animali che ancora vivono liberi son riesciti a mantenere, alzavano gli occhi al cielo i nonni, guardavano con attenzione il correre più o meno veloce delle nuvole;




se il vento alto le portava a sud-ovest il tempo si manteneva sul bello, se invece si muovevano nel verso opposto stava arrivando la pioggia o la neve a seconda delle temperature, ma anche il freddo o il caldo non si misurava con i termometri, barometri o artifici vari. Qualcuno aveva una minuscola casettina colorata di provenienza tirolese, la casetta aveva due porticine e due pupazzetti in legno, probabilmente ancorati ad un cordino sottile, uscivano chi da l'una chi dall'altra delle porticine, se usciva l'uomo vecchio il buon tempo era assicurato, se usciva la donna vecchia era previsto maltempo, anche su queste casette come si può notare la donna non portava buono, povere donne, povere nonne, tenute quasi a servizio di mariti di solito piuttosto bruschi.




Se non si aveva la possibilità di comprarsi questo piccolo segnatempo ognuno poteva farselo con un ramo di abete bianco o di "lavedin" che probabilmente è la stessa cosa, doveva avere questo marchingeno un pezzo di tronco con attaccato un rametto scortecciato, messo a seccare e poi inchiodato su una tavola, il ramo verso l'alto segnava il buon tempo, il ramo abbassato indicava che il tempo sarebbe cambiato in peggio, le previsioni si facevano così ed ogni casa all'esterno della porta d'ingresso aveva la sua stazione meteo personalizzata. Tutto si annusava, l'odore dell'erba tagliata la sera d'estate ti profumava l'aria se passavi sul prato sfalciato di fresco,




il fieno portato nel fienile che "broava" nel suo calore aveva l'insieme dell'odore dei fiori dei prati e delle erbe miste più diverse, era lì, quando il fieno umido e caldo cominciava a fermentare che si stendevano i nonni per curare un mal di schiena, un'artrosi magari dovuta ai freddi inverni o alla troppa fatica nel portare carichi sin da giovani. Si facevano una buca e si immergevano dentro e lì si fermavano a dormire la notte, specie quando il fieno proveniva dalle parti alte della montagna, Malga Luna, lassù sopra Forcella Aurine, con la sua erba bassa mescolata ai fiori d'arnica e qualche nigritella profumatissima. Poi al mattino uscivano stavano meglio così dicevano loro e forse era vero, li annusavi ed il sudore della notte profumava d'arnica e di nigritella. Poi arrivava l'autunno, lo vedevi dai cieli più azzurri e da quella brezza che il mattino ti risvegliava da subito. L'autunno portava con se la raccolta delle mele, delle pere e delle susine selvatiche, le noci, nonchè delle preziose mele cotogne che s'usavano per le marmellate e per profumare camicie e lenzuola. Ogni frutto il suo odore ed era naturale odorarli per sentirne la fragranza, mantre ancora vivi li coglievi e la linfa rifluiva dai piccioli appena staccati, ne guardavi il colore, ne miravi la purezza di frutti non trattati da alcuna sostanza chimica. Con il maturare della frutta si avvicinavano anche le cornacchie, quelle grosse cornacchie che durante l'estate campavano nei boschi e la sera le vedevi nascondersi tra i rami dei grossi abeti. Le cornacchie, miravano alle noci, giravano in tondo sopra le grandi piante di noci, in ispezione, poi quando ne avevano scoperta qualcuna con il mallo che stava per aprirsi si buttavano in picchiata e con il becco aperto staccavano la grossa noce e se ne volavano via sui rami dell'abete più vicino. I gracchi dal becco giallo no, quelli erano timorosi, solo in questi ultimi anni li vedi arrivare in massa a pasteggiare con le mele lasciate marcire sugli alberi, da montanari ormai troppo sazi. Più in là alla raccolta del granturco ed al suo deposito nelle soffitte aperte erano i passeri che ne approffittavano, grossi passeri grigi che si nascondevano vicino alle case, arrivavano a frotte, prima uno ed a seguire tutto l'esercito, si beccavano mentre staccavano i granelli ed allora sguaiatamente cinguettavano ed i nonni venivano avvisati che i predatori erano in arrivo...era il agtto grigio che doveva provvedere al compito, il gatto che la sera si appogiava sopra i tuoi piedi in fondo al letto era si una animale domestico, ma il suo compito si svolgeva durante l'anno alla caccia di topi e passeracei invadenti, solo dopo aver provveduto a questo compito lo lasciavano entrare nelle cucine ed accocolarsi vicino alla stube o ricercare qualche scorza di formaggio sotto la tavola dei nonni....con i morti sapevi che la neve sarebbe stata puntuale...lo dovevi sapere perchè i crisantemi dell'orto li dovevi cogliere e portare sulle tombe qualche giorno prima, perchè con la neve sarebbe arrivato il gelo e l'orto sarebbe appassito con i suoi fiori...solo i cavoli, ed i porri, resistevano imperterriti......le cipolle erano ormai raccolte e messe a seccare in lunghe trecce, così l'aglio, mentre nella cantina dove non gelava venivano appese le patate delle dalie, divise per colore del fiore in modo da non far confusione la primavera successiva....la prima neve...la pestavi nel cimitero che era ancora intorno alla chiesa..il giorno dei santi e dei morti e quelli successivi ....all'inizio era solo una coperta bianca che metteva a riposo la natura, poi però si scatenava e tanta e tanta veniva a coprire e far intendere che i lavori nei prati e nei campi erano finiti...era l'ora del maiale...delle costicine sotto strutto...del sangue rappreso cucinato con le cipolle...finchè arrivava il natale...e lì i nonni cominciavano a raccontarti una ventina di giorni prima la storia dell'albero è sì perchè ogni cosa un tempo aveva una storia umana, ma che sul concludersi mirava sempre a qualcoa di soprannaturale e tu bambino volevi riascoltarla ogni anno la storia dell'albero, anche se la conoscevi a memoria...ed era la nonna o la bisnonna che ti prendeva in braccio e cominciava...







in una fredda notte di Natale un povero boscaiolo stava ritornando a casa percorrendo i sentieri del bosco, improvvisamente si fermò, incantato da uno spettacolo meraviglioso: tantissime stelle brillavano attraverso i rami di un abete pieno di neve. Per spiegare alla moglie e alla sua famiglia quello che aveva visto, il boscaiolo tagliò un piccolo abete, lo portò a casa e lo decorò con candele e festoni vari; e mentre la nonna cominciava a raccontare vedevi il nonno prendere la roncola ed avviarsi verso il bosco pestando la neve e tornare dopo un po' con un piccolo alberello d'abete tagliato dove erano troppo numerosi e quindi per dar loro spazio...lo metteva in un grosso vaso riempito di terra poi la nonna diceva una preghiera per ringraziare, la terra che ci aveva dato ancora una volta i suoi frutti ed il cielo che attraverso la terra ci aveva nutrito ed aveva nutrito quell'albero con le sue radici ben piantate, apriva lentamente il cassetto e tirava fuori quello che la natura ci aveva dato, le mele rosse, le noci e nocciole avvolte in carte colorate, qualche fiore di carta o qualche erica che era fiorita in anticipo, lassù sopra il colle dove il vento non riusciva a far gelare l'aria. Non c'erano lumini, non stelle, solo la notte di natale il nonno accendeva la sua vecchia lampada a carburo che gli era servita al tempo che lavorava nelle gallerie con i tedeschi della TOT, l'accendeva e l'odore acro del carburo ti entrava nelle narici, poi il sibilo della fiamma...spegnevano la luce ed attendevano il suono della mezzanotte provenire dal campanile della chiesa di Agordo. Tu eri lì bambino che guardavi entusiasta ste piccole cose, vivevi nella fiaba, con la bisnonna vestita di nero, scalza e con un fazzoletto in testa, la nonna con i cappelli raccolti e la riga in mezzo,i suoi occhi dolci




ed il suo sorriso erano rassicuranti, mentre il nonno quella sera oltre che fumarsi un po' la pipa,




si permetteva una masticata di tabacco crudo ad insaporire la sua bocca ed a macchiare di scuro i suoi baffi ed il suo pizzetto ormai bianco...una canzone a mezzanotte dalla voce della nonna con la bisnonna, con quelle sue mani scarne e quel volto di gitana




che l'accompagnava con un tono diverso, la canzone del natale a due voci....senza musica, ne violini ne arpe...ma tu eri stanco ed il sonno ti avvolgeva... eeee..




...non serviva la musica perchè la raccoglievi nel sonno dei giusti....erano i miei nonni, era natale, fra qualche giorno sarà di nuovo natale e con lui penserò ancora una volta loro e voi cari amici ascoltando ora si una musica che viene da un vecchio carillon...che mi regalarono gli ultimi anni di vita portato da qualcuno emigrato in Svizzera, al suono di questa musica accenderò una candela...non la vecchia lampada ormai saziata dal carburo d'un tempo, basterà una candela per ritrovarmi con loro e con voi tutti, buon natale......

Le puntate precedenti le potete leggere cliccando QUI

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