BLOG APERTO A TUTTI!!

"El Cor" - Foto di Danilo Benvegnu'' -

AGNER e DINTORNI , vuole essere uno spazio a disposizione di abitanti e frequentatori di questi luoghi.
Ovviamente questo vale anche per associazioni, amministratori locali e per tutti coloro abbiano da proporre tematiche inerenti l'Agordino.
E sopratutto vogliano promuovere tante lodevoli iniziative spesso note ai soli abitanti del paese in cui si svolgono!

Inviateci tramite e-mail il programma di quanto organizzate, con molto piacere, sarà inserito quanto prima su Agner & Dintorni..


mercoledì 22 dicembre 2010

IN CASO DI NEVE "COMUNE DI VOLTAGO AGORDINO"






Si ricorda che per visualizzare le immagini in maniera estesa, basta cliccarvi sopra.

Programma festività Parco Laghetti Frassenè Agordino








I nostri piatti tipici 

Cappelletti alla ferrarese 

Lasagne alla ferrarese 

Gnocchi ripieni al formaggio 

Gnocchi ripieni al gorgonzola 

Gnocchi ripieni al pastin 

Gnocchi alla rucola 

Sughi : di cervo , capriolo, fagiano,cinghiale, lepre. 

ricotta affumicata, alla norcina 



Lepre in umido

Cinghiale alla toscana

Cervo

Capriolo

Faraona al forno

Baccalà alla vicentina

prenotazioni 349-1220837 340-5189090 info@parcolaghetti.it

Parco Laghetti Frassenè Agordino (BL) www.parcolaghetti.it 



lunedì 20 dicembre 2010

I NONNI D'UN TEMPO (5 PUNTATA)


di CHERUBINO MIANA



.....le stagioni ritmavano il tempo, era il susseguirsi calmo, anche se pieno di stenti dello scandire delle giornate, dei mesi ed ogni cosa era gia stabilita, prevista. Non c'erano i bollettini meteo, la venuta della prima neve la dovevi sentire nell'aria, con quell'olfatto allenato che solo gli animali che ancora vivono liberi son riesciti a mantenere, alzavano gli occhi al cielo i nonni, guardavano con attenzione il correre più o meno veloce delle nuvole;




se il vento alto le portava a sud-ovest il tempo si manteneva sul bello, se invece si muovevano nel verso opposto stava arrivando la pioggia o la neve a seconda delle temperature, ma anche il freddo o il caldo non si misurava con i termometri, barometri o artifici vari. Qualcuno aveva una minuscola casettina colorata di provenienza tirolese, la casetta aveva due porticine e due pupazzetti in legno, probabilmente ancorati ad un cordino sottile, uscivano chi da l'una chi dall'altra delle porticine, se usciva l'uomo vecchio il buon tempo era assicurato, se usciva la donna vecchia era previsto maltempo, anche su queste casette come si può notare la donna non portava buono, povere donne, povere nonne, tenute quasi a servizio di mariti di solito piuttosto bruschi.




Se non si aveva la possibilità di comprarsi questo piccolo segnatempo ognuno poteva farselo con un ramo di abete bianco o di "lavedin" che probabilmente è la stessa cosa, doveva avere questo marchingeno un pezzo di tronco con attaccato un rametto scortecciato, messo a seccare e poi inchiodato su una tavola, il ramo verso l'alto segnava il buon tempo, il ramo abbassato indicava che il tempo sarebbe cambiato in peggio, le previsioni si facevano così ed ogni casa all'esterno della porta d'ingresso aveva la sua stazione meteo personalizzata. Tutto si annusava, l'odore dell'erba tagliata la sera d'estate ti profumava l'aria se passavi sul prato sfalciato di fresco,




il fieno portato nel fienile che "broava" nel suo calore aveva l'insieme dell'odore dei fiori dei prati e delle erbe miste più diverse, era lì, quando il fieno umido e caldo cominciava a fermentare che si stendevano i nonni per curare un mal di schiena, un'artrosi magari dovuta ai freddi inverni o alla troppa fatica nel portare carichi sin da giovani. Si facevano una buca e si immergevano dentro e lì si fermavano a dormire la notte, specie quando il fieno proveniva dalle parti alte della montagna, Malga Luna, lassù sopra Forcella Aurine, con la sua erba bassa mescolata ai fiori d'arnica e qualche nigritella profumatissima. Poi al mattino uscivano stavano meglio così dicevano loro e forse era vero, li annusavi ed il sudore della notte profumava d'arnica e di nigritella. Poi arrivava l'autunno, lo vedevi dai cieli più azzurri e da quella brezza che il mattino ti risvegliava da subito. L'autunno portava con se la raccolta delle mele, delle pere e delle susine selvatiche, le noci, nonchè delle preziose mele cotogne che s'usavano per le marmellate e per profumare camicie e lenzuola. Ogni frutto il suo odore ed era naturale odorarli per sentirne la fragranza, mantre ancora vivi li coglievi e la linfa rifluiva dai piccioli appena staccati, ne guardavi il colore, ne miravi la purezza di frutti non trattati da alcuna sostanza chimica. Con il maturare della frutta si avvicinavano anche le cornacchie, quelle grosse cornacchie che durante l'estate campavano nei boschi e la sera le vedevi nascondersi tra i rami dei grossi abeti. Le cornacchie, miravano alle noci, giravano in tondo sopra le grandi piante di noci, in ispezione, poi quando ne avevano scoperta qualcuna con il mallo che stava per aprirsi si buttavano in picchiata e con il becco aperto staccavano la grossa noce e se ne volavano via sui rami dell'abete più vicino. I gracchi dal becco giallo no, quelli erano timorosi, solo in questi ultimi anni li vedi arrivare in massa a pasteggiare con le mele lasciate marcire sugli alberi, da montanari ormai troppo sazi. Più in là alla raccolta del granturco ed al suo deposito nelle soffitte aperte erano i passeri che ne approffittavano, grossi passeri grigi che si nascondevano vicino alle case, arrivavano a frotte, prima uno ed a seguire tutto l'esercito, si beccavano mentre staccavano i granelli ed allora sguaiatamente cinguettavano ed i nonni venivano avvisati che i predatori erano in arrivo...era il agtto grigio che doveva provvedere al compito, il gatto che la sera si appogiava sopra i tuoi piedi in fondo al letto era si una animale domestico, ma il suo compito si svolgeva durante l'anno alla caccia di topi e passeracei invadenti, solo dopo aver provveduto a questo compito lo lasciavano entrare nelle cucine ed accocolarsi vicino alla stube o ricercare qualche scorza di formaggio sotto la tavola dei nonni....con i morti sapevi che la neve sarebbe stata puntuale...lo dovevi sapere perchè i crisantemi dell'orto li dovevi cogliere e portare sulle tombe qualche giorno prima, perchè con la neve sarebbe arrivato il gelo e l'orto sarebbe appassito con i suoi fiori...solo i cavoli, ed i porri, resistevano imperterriti......le cipolle erano ormai raccolte e messe a seccare in lunghe trecce, così l'aglio, mentre nella cantina dove non gelava venivano appese le patate delle dalie, divise per colore del fiore in modo da non far confusione la primavera successiva....la prima neve...la pestavi nel cimitero che era ancora intorno alla chiesa..il giorno dei santi e dei morti e quelli successivi ....all'inizio era solo una coperta bianca che metteva a riposo la natura, poi però si scatenava e tanta e tanta veniva a coprire e far intendere che i lavori nei prati e nei campi erano finiti...era l'ora del maiale...delle costicine sotto strutto...del sangue rappreso cucinato con le cipolle...finchè arrivava il natale...e lì i nonni cominciavano a raccontarti una ventina di giorni prima la storia dell'albero è sì perchè ogni cosa un tempo aveva una storia umana, ma che sul concludersi mirava sempre a qualcoa di soprannaturale e tu bambino volevi riascoltarla ogni anno la storia dell'albero, anche se la conoscevi a memoria...ed era la nonna o la bisnonna che ti prendeva in braccio e cominciava...







in una fredda notte di Natale un povero boscaiolo stava ritornando a casa percorrendo i sentieri del bosco, improvvisamente si fermò, incantato da uno spettacolo meraviglioso: tantissime stelle brillavano attraverso i rami di un abete pieno di neve. Per spiegare alla moglie e alla sua famiglia quello che aveva visto, il boscaiolo tagliò un piccolo abete, lo portò a casa e lo decorò con candele e festoni vari; e mentre la nonna cominciava a raccontare vedevi il nonno prendere la roncola ed avviarsi verso il bosco pestando la neve e tornare dopo un po' con un piccolo alberello d'abete tagliato dove erano troppo numerosi e quindi per dar loro spazio...lo metteva in un grosso vaso riempito di terra poi la nonna diceva una preghiera per ringraziare, la terra che ci aveva dato ancora una volta i suoi frutti ed il cielo che attraverso la terra ci aveva nutrito ed aveva nutrito quell'albero con le sue radici ben piantate, apriva lentamente il cassetto e tirava fuori quello che la natura ci aveva dato, le mele rosse, le noci e nocciole avvolte in carte colorate, qualche fiore di carta o qualche erica che era fiorita in anticipo, lassù sopra il colle dove il vento non riusciva a far gelare l'aria. Non c'erano lumini, non stelle, solo la notte di natale il nonno accendeva la sua vecchia lampada a carburo che gli era servita al tempo che lavorava nelle gallerie con i tedeschi della TOT, l'accendeva e l'odore acro del carburo ti entrava nelle narici, poi il sibilo della fiamma...spegnevano la luce ed attendevano il suono della mezzanotte provenire dal campanile della chiesa di Agordo. Tu eri lì bambino che guardavi entusiasta ste piccole cose, vivevi nella fiaba, con la bisnonna vestita di nero, scalza e con un fazzoletto in testa, la nonna con i cappelli raccolti e la riga in mezzo,i suoi occhi dolci




ed il suo sorriso erano rassicuranti, mentre il nonno quella sera oltre che fumarsi un po' la pipa,




si permetteva una masticata di tabacco crudo ad insaporire la sua bocca ed a macchiare di scuro i suoi baffi ed il suo pizzetto ormai bianco...una canzone a mezzanotte dalla voce della nonna con la bisnonna, con quelle sue mani scarne e quel volto di gitana




che l'accompagnava con un tono diverso, la canzone del natale a due voci....senza musica, ne violini ne arpe...ma tu eri stanco ed il sonno ti avvolgeva... eeee..




...non serviva la musica perchè la raccoglievi nel sonno dei giusti....erano i miei nonni, era natale, fra qualche giorno sarà di nuovo natale e con lui penserò ancora una volta loro e voi cari amici ascoltando ora si una musica che viene da un vecchio carillon...che mi regalarono gli ultimi anni di vita portato da qualcuno emigrato in Svizzera, al suono di questa musica accenderò una candela...non la vecchia lampada ormai saziata dal carburo d'un tempo, basterà una candela per ritrovarmi con loro e con voi tutti, buon natale......

Le puntate precedenti le potete leggere cliccando QUI

lunedì 13 dicembre 2010

VIDEO "La Besausega" - Bivacco Bedin - Valle di San Lucano (BL)


By Danilo

Uno dei più duri sentieri dell'Agordino una salita con 1700 mt di dislivello da bere tutti in un fiato, pendenze da brivido per arrivare al meraviglioso bivacco Bedin.

Buona visione.

sabato 11 dicembre 2010

Rifugio Scarpa - Monte Agner "programma invernale 2010"






Il rifugio Scarpa è aperto tutti i giorni da sabato 4 dicembre a mercoledì 8 dicembre,dal 24 dicembre al 6 gennaio e tutti i sabato e domenica (Fuori stagione verificare sempre con una telefonata).
Il rifugio mette a disposizione un noleggio “ciaspe” per delle splendide passeggiate in salita-in discesa-in quota,solarium panoramico,pranzi e cene tipiche.
Programma inverno 2010
25 dicembre: pranzo di natale
26 dicembre:pranzo di S.Stefano
31 dicembre:cenone di capodanno
5 gennaio:”i pavaroi”fiaccole e falò su tutte le cime dell’agordino,al rifugio Scarpa,sul col del “mesuron”fiaccole,falò e vin brulè
Seggiovia Frassenè
Dal 24 dicembre al 6 gennaio
2 corse giornaliere alle ore 11,30 e alle ore 15,30
La seggiovia può funzionare (solo per gruppi) anche al di fuori degli orari e dei giorni prestabiliti previo accordi telefonici.
www.seggioviafrassene.com--rifugioscarpa@libero.it
Info e prenotazioni Tel. 043767010--3484935967

martedì 7 dicembre 2010

Un esperimento made by Digomaner



Di Andrea Monferone

Considerata la diffusione delle conversazioni tramite Skype (programma gratuito) tra Digomaner e amanti della montagna in generale, si propone una serata di chiacchere online sul tema della montagna.
Questo primo esperimento è fissato per Martedì 14 Dicembre dalle ore 21.30 in poi.
Gli interessati potranno cercare mediante il programma Skype il nome di uno dei promotori: luca-pollazzon o andrea.monferone e da questi essere aggiunti a quanti già presenti alla chiaccherata.

lunedì 6 dicembre 2010

RIVA NADAL 19/12/2010

Il giorno 19/12/2010 le associazioni del comune di Rivamonte Agordino.
 A partire dalle ore 10.00 lungo la via del centro storico, 
organizzano Riva Nadàl, i mercatini del Canòp.
Ricca esposizione di lavoretti di artigianato locale e hobbystica natalizia.








venerdì 3 dicembre 2010

I NONNI D'UN TEMPO - QUARTA PARTE


I NONNI D’UN TEMPO - QUARTA PARTE


Altro capitolo magistralmente raccontato da Cherubino Miana.


….quando avevo solo diciotto mesi iniziai la mia vita da emigrante, le case d’un tempo si sa erano abitate da famiglie numerose e la camera da letto poteva contenere soltanto un certo numero di persone. Allora provvedevano a darti una mano i parenti più stretti, per lo più gli altri nonni e nel mio caso fu così, solo che abitavano a circa due chilometri dalla casa dove ero nato, in una frazioncina chiamata “Le Corone”.


Oggi due chilometri son niente, anche perché con i mezzi attuali in due minuti ci arrivi, ma allora che dovevi andare a piedi era ben lunga ed io camminavo appena. Era febbraio, nella camera si preparava una nuova nascita e me ne andai emigrante alle “Corone”. Mi portarono in spalla per non farmi stancare troppo, con indosso una sciarpa nera di quelle che allora usavano le donne, in lana di pecora nostrana. I nonni materni naturalmente vivevano da soli lì nella casa dalla quale si vedeva tutta la piana di Agordo e le case ed il Broi, mi volevano molto bene. Il nonno Modesto, uomo rude in apparenza e forse anche in sostanza, la nonna Nina invece dolce e premurosa, cantava sempre, canzoni di una volta, del periodo fascista, aveva una bellissima voce ed era molto intonata. E poi c’era con loro la bisnonna Anna, indimenticabile, amante del ballo e che camminava sempre a piedi nudi anche nel periodo invernale.


La loro era una modesta casa, con una cucina, una stube che funzionava come salotto, stanza da lavoro e da letto, una anticantina dove dormiva la bisnonna ed una cantina per il formaggio ed i salami. Il servizio igienico, dialettalmente chiamato “trala” era uno sgabuzzino in legno posto all’esterno in fondo alla scalinata aperta che collegava la cantina alla cucina, c’era inoltre una soffitta per mettere a maturare il sorgo e dove il nonno teneva tutti i suoi attrezzi da seggiolaio e la sua bicicletta con annesso carretto per la paglia.








Non ricordo quale fosse stata la mia reazione alla nuova condizione che mi era stata imposta, fatto sta che con i nonni materni fu subito un adattarsi in positivo, vuoi per il carattere molto bello della nonna vuoi anche perché in febbraio col freddo che faceva il nonno mi prendeva tutto il pomeriggio sul "fornel "al caldo assieme a lui e così accoccolato ritrovavo quel calore familiare che probabilmente mi mancava. La cucina invece era molto fredda perchè un grande camino si mangiava il caldo e lo portava al vento, era un camino proprorzionato per accogliere il fumo della caminazza e della stube nel medesimo tempo quindi doveva essere ampio, ma col fumo se ne andava anche il caldo per cui l’unico locale dove si poteva star bene era la stua. Lì di notte dormivi, i nonni sul letto ad una piazza e mezza, come era d’uso allora ed io su una brandina vicina al loro letto che poi durante il giorno era usata da tutti come divano. La stanza non era grande, ma adatta ad eseguire tutti i lavori che in quel tempo servivano alla sopravvivenza. La nonna solitamente si sedeva su una sedia vicino al grande armadio a cassetti nel quale teneva tutta la dote di ognuno, il cassetto più in alto per le camicie e le maglie del nonno, il secondo per le sue e gli altri per le lenzuola, asciugamani ecc. In ognuno di questi cassetti era nascosta una mela cotogna che serviva a profumare tutta la biancheria. Sopra questo armadio una serie di foto bianco e nero ricordavano i parenti scomparsi o lontani e c’era pure il contenitore del tabacco per il nonno, gran fumatore di pipa.






Nell’angolo c’era invece un piccolo armadio nel quale mettevano il cappotto e le scarpe, poche cose si sa per una stagione di carestia. La grande stube ad arco “El Fornel” era però il protagonista principe di quelle stagioni nelle quali il freddo la faceva da imperatore. La sua bocca era nella cucina e la prima cosa che si faceva il mattino alle quattro prima di andare a mungere era proprio quella di accendere il fuoco entrando nella bocca con dei rametti sottili di abete seccati e privi degli aghi e poi delle grandi fascine di nocciolo o di frassino, fatte la stagione precedente ed ammucchiate vicino al muro della casa sostenendole con due stanghe di abete inchiodate sulla cima alle travi del tetto. Allora avevano già inventato le energie alternative, senza tanta tecnologia, ma con la saggezza dettata dalla necessità di chi vive in montagna. La stua serviva anche al nonno quando decideva che c’era bisogno di cambiare le sedie, che rifaceva di sana pianta oppure solo da reimpagliare, cosa che al solito dedicava qualche pomeriggio quando fuori nevicava e quindi non ci si muoveva salvo che per andare alla stalla o a prendere l’acqua alla fontana, in due bellissimi secchi di rame con i bordi in ottone. La nonna nel frattempo filava, la lana della sua unica pecora che aveva tosato lei in autunno e che portata a far cardare ad Agordo faceva un bel mucchio grigio, morbidissimo, che lei con mani magre ed ossute riusciva a sciogliere in un filo finissimo che si avvolgeva lentamente su un fuso con due ali che girava, girava spinto da una ruota in legno con un cordino artigianale come collegamento. Il tutto azionato dal piede destro della nonna, come un suonatore di pianoforte. Ecco, lei non aveva i tasti, non usciva musica dal suo strumento, ma dalle sue abili mani un filo che poi sarebbe servito, per maglie, calzetti, berretti tutti fatti a mano con due o quattro ferri al caldo della stube nelle serate invernali, quando radio e televisioni non si usavano perché l’uso era proibito dalla mancanza di denaro.






Anche il letto era scaldato con energie alternative, un’attrezzo in legno a doppi archi, chiamato chissà perché “monega”, veniva posto sopra il materasso di foglie di granturco al suo interno un recipiente metallico che conteneva le braci della cucina ancora brillanti e poi sopra il lenzuolo e la coperta. L’attrezzo teneva il tutto distante dalle braci, ma il calore emanato da queste rimaneva all’interno tra il materasso e la coperta, così quando decidevi di infilarti, togliendo la “monega” il posto era caldissimo ed il tepore naturale era un sedativo che ti faceva accoccolare e prendere sonno in un attimo. La nonna di sera lavorava con i ferri da calza perché la luce della lampada era poca e quindi era difficile applicarsi nelle altre lavorazioni. Al mattino invece dopo aver munto e preparato la colazione con il pane fresco comprato quando andava a portare il latte alla latteria, era dedicato alla cucitura ed aggiustatura delle stoffe di casa, pantaloni del nonno, tovaglie o lenzuola, cosa che lei faceva con la sua Necchi a manovella indispensabile compagna di una vita delle donne d’un tempo.




Non erano lavori completi, per quelli c’era una sarta itinerante “La Bia” che passava per le case, chiamata per produrre pantaloni, giacche o altro indumento in stoffa, “La Bia” non era sposata era una donna molto fine sia nel lavoro che nel parlare ed era molto amica della nonna dove era richiesta la sua opera una volta l’anno. Ma erano tantissimi i lavoretti del mattino, macinare il caffè con il vecchio macinino in legno e lo stesso macinino si usava a macinare il pepe, così avevi ogni tanto un caffè speziato o pepato che dir si voglia che faceva venire la pelle d’oca al primo sorso. Il sale grosso invece veniva pestato in un attrezzo in legno in genere frassino o acero, con il pestello pure in legno ma di una qualità più dura, solitamente di maggiociondolo. Poi verso le undici il rito dell’immancabile polenta, la farina tenuta nel “Banc” vicino alla “Caminazza” perché non si inumidisse, il formaggio fritto, il salame con “el toca da boia” ed intanto sulla catena posta sotto la grande cappa in legno, annerita dal fumo, bolliva la minestra di fagioli condita con la cotica del maiale, magari con l’aggiunta di qualche osso affumicato, oppure in alcuni casi con il soffritto fatto con cipolla e pancetta o lardo con una vena di magro, mangiare povero, ma d’un gusto contadino che non dimentichi. Rimasi dai nonni materni fin a cinque anni, ormai ero diventato figlio loro, tante erano le attenzioni che mi dedicavano, la nonna ogni tanto mi prendeva sulle ginocchia e cominciava a cantare le canzoni dell’ ”africa liberata” che le avevano insegnato, “faccetta nera” era la più bella, perché parlava di un mondo che non conoscevo e che ora comprendo meglio. La sua voce era squillante, con dei toni veramente da non dimenticare, il nonno che non sapeva cantare si inquietava, dava la colpa alle canzoni fasciste, ma si capiva lontano un miglio che era solo gelosia per non saper cantare come lei. Poi al pomeriggio verso le quattro, un uovo fresco con la marsala era la merenda, anche se, pensandoci oggi, non so quanto mi drogasse l’uovo e la marsala, ma il fatto che sia cresciuto senza problemi vuol dire che faceva bene, era un ricostituente quando vitamine o altro non erano d’uso. Imparai un po’ alla volta a conoscere tutta la storia di questi nonni, vivendoci assieme, c’era l’occasione di ascoltare i loro racconti, cose che al giorno d’oggi non si fanno più perché soppiantate da una televisione sempre accesa, su infiniti canali, incredibilmente divoratrice del tempo familiare e distruttrice di un rapporto di conoscenza tra adulti o vecchi e le generazioni di bambini nati grandi con il telecomando in mano, partecipi di una società senza storie vere, senza poesie recitate a mo di filastrocca, senza sorrisi o coccole date con una semplice carezza tra i cappelli. Mia nonna era partita in una frazione vicina, Digoman, ed aveva un padre che si chiamava Cherubino, ecco il perché del mio nome a ricordo, quale primo nipote del padre scomparso. Lei aveva sempre un passo molto svelto, snella di fisico e con delle guance che sembravano la parte della mela che matura ai raggi del sole. Era sempre di corsa in un attimo spariva ed aveva fatto andata e ritorno al paese per la spesa, per il pane, per la messa della domenica. Aveva sempre seguito la casa, ma oltre a questo provvedeva alla stalla dove l’aspettavano sempre mattino, mezzogiorno e sera, una vacca da latte, un maiale ed una pecora per la lana. La stalla era lì vicino alla strada carrabile, con vicino la fontana, così la sera potevi nel periodo invernale portare due secchi d’acqua perché si intepidissero di notte al fiato caldo della mucca. Ed avere una mucca voleva dire fare il fieno, tagliare l’erba,girarla, farla seccare finchè ne avevi il fienile pieno. Il nonno invece aveva avuto una vita molto intensa, prigioniero dopo la disfatta di Caporetto, fu catturato dopo la battaglia sull’Isonzo e portato prigioniero, lui diceva in Ungheria, non ricordava il nome del campo e così non potei mai appurare la localizzazione esatta. Fuggì e senza carta geografica o stradale si diresse verso casa, lo ricatturarono, fuggì ancora, lui diceva una trentina di volte, ma lui scappò sempre, l’ultima volta era in Austria, lo misero da dei contadini e lo impiegarono alla manutenzione della ferrovia, ma la sera tornava da quei contadini austriaci che lo sfamavano e lo alloggiavano, conservò sempre un ricordo particolare di quei momenti, forse perché avevano una figlia della sua età e questo gli rimase dentro finchè morì a novant’anni. In Austria si fermò per un po’ per riacquistare le forze e poi rifuggire verso “Le Corone”. Quando riuscì finalmente ad essere a casa incontrò la madre, la bisnonna Anna che neppure lo riconobbe da quanto mal ridotto era. Raccontava sempre che a casa c’erano solo patate da mangiare e lui cominciò a cibarsi, ma come entravano, così uscivano il suo stomaco dopo tanto digiuno non riusciva più a digerire. Lo salvò una famiglia di Rif, una frazione di Agordo, che gli portò un chilo di riso ed un litro di olio d’oliva, con quella medicina, friggendo un pugnetto di riso nell’olio, un po’ al giorno riuscì a rimettere in moto l’apparato digerente. Sin da giovane emigrato in Francia imparò il duro mestiere del seggiolaio, solo che non dormiva sotto i carretti, sulla paglia come materasso, ma s’era trovato una piccola stanza dove pagava poco, ma almeno era al coperto, così tra i vari seggiolai emigrati era conosciuto come “El conte carena”, nessuno allora ammetteva che vivere un po’ meglio fosse un avnto, la fatica ed il disagio dovevano essere il completamento di una vita di sforzi. Dopo al prima guerra mondiale, non tornò in Francia, cominciò a girare le contrade del modenese. Partiva con la sua bicicletta a gomme piene il mattino presto verso le quattro e s’involava verso Modena, fermandosi per la merenda di mezzogiorno, una pausa sola e la sera alle dieci era già lì nel Modenese. Portava con se alcuni ragazzi per insegnar loro il mestiere del seggiolaio e ricordava sempre quei giorni, il buon vino del modenese, così scuro, un bottiglione al giorno diceva che i contadini gli offrivano e lui non rifiutava mai, strano a dirsi, ma a novantenni aveva il fegato, a detta del medico, di un quindicenne ed un cuore come un motore della magnifica moto Guzzi.
Il periodo fascista lo colse mentre faceva il malgaro sulle nostre montagne, non lo coinvolse anzi, raccontava di aver pestato a sangue alcuni accoliti che salivano alla malga per fare i prepotenti, lui era un omone da una forza immensa ed usava il bastone in modo veramente superbo, non solo con gli animali che aveva in consegna, ma anche con qualche sbruffone che si era ringalluzzito con la politica.





tenuta in una scatola di legno con i coltelli a croce ben affilati, se la oliava alcuni giorni prima, la preparava sopra una tavola che agganciava ad un tavolino in modo da essere più comodo a girare la manovella, poi il giorno del sacrificio del maiale faceva tutto da solo con la sua forza incredibile, finchè squartato pendeva per l’asciugatura nel fienile agganciato a delle funi, le stesse usate l’estate per il fieno. Solo nella scelta chiamava qualcuno, per scelta si intendeva lo spolpare il maiale e dividere la carne dal grasso, il tagliare il lardo nel modo giusto, parte per utilizzarlo alla confezione dei salami e il resto per affumicarlo, sotto la grande cappa del camino di cucina ed usarlo successivamente come soffritto di condimento. La passione del nonno era il formaggio, quello invecchiato, che qualcuno riteneva immangiabile perché dicevano era stato fatto con troppo caglio, ma lui che conosceva tutto il procedimento, lo ricercava, era un formaggio che in effetti non aveva un look particolarmente invitante, la scorza era intaccata dai “caroi” in italiano probabilmente tarli del formaggio, la parte vicina alla scorza tirava sul rossiccio




ed una parte diventava molliccia con dei vermetti (fermenti) dalla testa bianca ecco per lui quella era la parte migliore, ne intingeva i bocconi di polenta e vedevi che il suo pasto lo gustava veramente, poi due bicchieri di rosso e nient’altro. Al giorno d’oggi quel formaggio è considerato pregiato, forse perché nello slow – food ne trovi poca quantità, ora i formaggi son diversi, la cura nella confezione, il tipo di cagliatura, la scuola dei casari, è tutto unificato, ma il profumo di allora rimane e nelle nostre zone lo trovi ancora in qualche fiera contadina, dove qualche vecchio contadino ha salvato una cantina umida lo rivedi, ne senti il profumo, lo guardi e solo allo sguardo ti torna in mente, la mano callosa del nonno che intinge il duro boccone di polenta gialla.

La nonna no, lei non ci riusciva, preferiva il formaggio fresco “El Spres”, formaggio giovane che aveva preso poco sale, poi due fette di salame ed una scodella di latte nel quale ci metteva le croste bruciacchiate che levava dal paiolo. Lai mangiava poco, non so come facesse ad avere tanta energia.Amava molto i fiori,i gigli bianchi nell’orto dal lato della casa li piantava per se stessa e per i propri morti, i crisantemi gialli a novembre ed i suoi inimitabili gerani, dalle foglie enormi, tutti rossi sangue, messi giù alla bellemeglio in contenitori di battaglia, vasi di plastica recuperati qua e là, i contenitori della conserva, i vecchi mastelli in legno dei crauti. Ogni gradino aveva un geranio per arrivare alla porta d’ingresso della casa. Erano bellissimi ed ogni anno ne faceva dei nuovi vasi con le talee che lei reimpiantava.
Un giorno che un villeggiante le chiese come faceva ad avere dei fiori così belli e che concime usasse, lei con naturalezza gli rispose “faccio bollire gli escrementi delle galline (schit) nell’acqua e ne verso poi un cucchiaio ogni tre giorni nei vasi dei gerani, era questo il suo segreto, che insegnò anche a me quando mi lasciò in eredità il suo geranio più bello

Qui trovate le puntate precedenti http://agneredintorni.blogspot.com/2010/08/i-nonni-di-un-tempo-parte-prima.html

E qui il seguito http://agneredintorni.blogspot.com/2010/12/i-nonni-dun-tempo-5-puntata.html







L'arco del Bersanel (valle di San Lucano)





by Danilo, un altro bellissimo video su l'arco del Bersanel
in valle di San Lucano

Buona visione

giovedì 2 dicembre 2010

Riapre il Parco Laghetti a Frassenè Agordino



Grazie all'impegno e alla tenacia dei nuovi gestori, 
anche se con il parco in fase di completamento 
finalmente riapre il Parco Laghetti a Frassené Agordino 
  

  
                 

Il bar ristorante del Parco Laghetti

Veduta

Effetti speciali dell'inverno al parco laghetti

Veduta notturna del locale

Veduta notturna del locale

veduta notturna con neve del Parco


interno


La sera inaugurale


 Alpini