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"El Cor" - Foto di Danilo Benvegnu'' -

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giovedì 26 agosto 2010

La lingua salvata

di giorgio casera

Amici e conoscenti che mi sentono parlare con i miei fratelli ci ascoltano sorpresi, piacevolmente sorpresi, perchè capiscono che parliamo in dialetto, il che non è più tanto frequente, e perchè questo dialetto è tanto antico quanto musicale.
E’ un dialetto di derivazione ladina (siamo molto vicini alle aree ladine dell’Alto Adige), sia pure con mescolanze con il veneto di pianura.
Lo abbiamo imparato negli anni della guerra quando mio padre decise prudentemente di sfollare al paese dei nonni, Voltago, per evitare pericoli per la numerosa famiglia (eravamo nove figli!). Dal 1943 al 1947 i grandi appresero il dialetto e lo affiancarono all’italiano come conoscenze linguistiche, i piccoli semplicemente sostituirono l’italiano col dialetto (con grande rammarico di mia madre, che sospirava “Parlaié cosita ben l’italian”).
E’ interessante notare che quando torniamo al paese qualcuno ci dice: “Ehi, parli come mia nonna”, perchè il nostro linguaggio è rimasto quello degli anni ’40, non si è evoluto rimanendo confinato tra le mura di casa. Al paese, passato da un’economia esclusivamente agro-pastorale ad una basata su turismo e fabbrica (occhialeria), il linguaggio ha subito la conseguente trasformazione.


Alla fine del 1947 ripartimmo dal paese (vedi cartolina di Duilio, che raffigura il centro di Voltago negli anni '40)per raggiungere la sede di lavoro di mio padre, ma a quel punto la nostra lingua di casa era il dialetto, senza eccezioni. L’italiano era la lingua “esterna”. E così è ancora oggi, ma, ahimè, questa isola linguistica avrà la durata della nostra vita: i nostri figli, nati e cresciuti in città non hanno mai avuto lo stimolo per impararlo (e noi non abbiamo insistito troppo). Quando ci sentono parlare un pò ci capiscono, ma sempre con un’aria beffarda (come a dire: matusa anche nel linguaggio).
Quindi questa singolare esperienza alla fine sarà durata una sessantina o settantina d’anni.


Ebrei di Cordova


Mi è venuta in mente la nostra vicenda leggendo su La lingua salvata (appunto!) di Elias Canetti, che i discendenti degli Ebrei di Cordova, ai primi del ‘900 parlavano ancora spagnolo. Gli avi di Elias, dopo la cacciata dalla Spagna, seguita alla Reconquista dei califfati arabi da parte dei re cattolici, si erano rifugiati in Turchia e in seguito (a partire dal nonno di Elias) in Bulgaria. Nella città bulgara, un porto sul Danubio, dove Elias nacque, si parlavano sette lingue, ma la sua (prima) lingua madre fu lo spagnolo.
Se pensiamo che gli Ebrei spagnoli furono espulsi poco dopo il 1400 quell’isola linguistica è durata almeno 500 anni!
Che dire?
Chapeau!

2 commenti:

  1. Giorgio, ho letto con molto interesse il tuo post, piace molto anche al sottoscritto conversare in dialetto e non disdegno pure qualche escursione nel Conthà... Sto anche cercando di instradare la prole nel uso del dialetto, ma la vedo dura.. Non saprei dire se le nuove generazioni porteranno avanti tale lingua, intanto guardati questi link
    http://www.facebook.com/album.php?profile=1&id=1411406166#!/group.php?gid=144197577250&v=wall&ref=ts
    http://www.facebook.com/group.php?gid=73284106205&ref=ts
    Sani Luca

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  2. Luca,
    quanto ai link ti chiederò chiarimenti domani pomeriggio.
    La vicenda dei contha è un esempio da manuale di linguaggio inventato da una categoria di persone per ... non farsi capire dagli altri (per i motivi più vari). Io ne conosco almeno un altro: quello dei venditori ambulanti di suppellettili da cucina in rame della Sardegna.
    Saluti
    Giorgio

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