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venerdì 16 luglio 2010

SAN LUCANO, IL SANTO AMICO DEI VOLTAGHESI

Di Luigi Rivis


Ricordi tra leggenda, tradizione e fede popolare


San Lucano, che dagli Agordini è considerato l’evangelizzatore delle loro terre, ha dato il nome alla valle omonima (San Lugàn, in dialetto) perchè il vescovo eremita ha vissuto gli ultimi anni della sua vita in una grotta di quella valle. Vita che è rievocata in vari libri e biografie, anche se alcuni fatti sono avvolti nella leggenda.




La storica chiesetta a San Lucano in una foto dei primi decenni del secolo scorso




Nessuna fonte però ricorda che San Lucano aveva una particolare benevolenza per gli abitanti di Voltago, come è stato sempre riconosciuto e testimoniato nei costumi popolari e nei ricordi che la tradizione orale ha tramandato da una generazione all’altra.


Ma questi ricordi si affievoliscono sempre più, perché alle attuali generazioni sembra non più interessare in cosa consisteva questa benevolenza e le motivazioni che la sostenevano; motivazioni legate essenzialmente al mondo rurale di allora.


Era ed è un fatto locale, che ovviamente non può interessare la grande storia, ma che merita di essere ricordato attingendo appunto ai ricordi e testimonianze di chi è vissuto in quel contesto.






Prima che i ricordi impallidiscano


Dai i ricordi degli anziani di Voltago e Taibon, e rammentando quello che anch’io sentivo da piccolo, risulterebbe che fra tutti gli abitanti dei poveri villaggi della zona, quelli di Voltago erano i più generosi verso il vescovo Lucano nell’accoglienza e per il suo sostentamento, quando vi si recava per evangelizzare. Così, quando venne a Voltago per l’ultima volta, sentendo ormai prossima la fine, disse loro: “Quando avrete bisogno per la vostra campagna di sole o di pioggia, venite a pregare sulla mia tomba ed io vi esaudirò”.


Non promise guarigioni o altri miracoli, ma quello che allora - e fino a qualche decennio fa - era un ausilio per la sopravvivenza in montagna, e cioè il corretto alternarsi nella stagione estiva della pioggia e del sole.


Anche se ora elogiamo il presente circa le previsioni meteorologiche, non è giusto sorridere o anche disprezzare il passato, perché quelle sono state le nostre radici consolidate nel tempo e rinnegarle è come rinnegare noi stessi.


E da allora, quando prolungati periodi di siccità o di piovosità mettevano in pericolo i raccolti (il che voleva dire anche fame), se gli anziani di Voltago decidevano che era ora di ricorrere alla promessa di S. Lucano, veniva organizzata una processione alla quale partecipava almeno una persona per nucleo famigliare.


La prima volta che presi parte, in rappresentanza della famiglia, ad una di queste processioni avrò avuto 8 – 9 anni e fu per chiedere la pioggia. La partenza era di buon mattino. In un vecchio tascapane militare la mamma mise una bottiglietta di latte, del pane e del formaggio. A tracolla mi sistemò pure un ombrello legato con spago. Protestai, perché con una così bella giornata l’ombrello non sarebbe servito. “Quando si va a S. Lucano col sole si ritorna con la pioggia e viceversa” mi rispose. In effetti anche altri di Digomàn e di Voltago avevano l’ombrello.


La processione partiva dalla chiesa, con la croce e il parroco in testa. Non descrivo la processione fino alla chiesetta di S. Lucano, perché lo ha già ben fatto Gabriella Soppelsa Miana nel Bollettino Parrocchiale dell’agosto 2004, quando ha ricordato quella del 20 luglio, festa di San Lucano.


Ricordo solo che passando per Brugnach e poi Taibon molte delle persone al lavoro nei campi, vedendo la processione, lo lasciavano e correvano a casa a cambiarsi per poi accodarsi a noi. E questo fa ripensare al modo di dire degli stessi abitanti di Taibon, quando necessitava la pioggia o il sole: “Fino a quando non passano quelli di Voltago, il tempo non cambia”.


E che nella ricorrenza della festa patronale del 20 luglio, alla parrocchia di Voltago fosse riconosciuto un qualche privilegio lo si ricorda perché quel giorno venivano officiate due messe: la prima era sempre celebrata dal parroco di Voltago che vi si recava in processione con i suoi parrocchiani, la seconda, la “Messa Granda”, aveva ancora come celebrante principale il parroco di Voltago assistito da altri parroci, generalmente di Taibon e di Frassenè.


A Taibon tramandano anche un’altra ragione per la quale si ritiene che il Santo fosse riconoscente agli abitanti di Voltago: quando d’inverno non aveva di che nutrirsi e il freddo nella valle si faceva sentire, si rifugiava in qualche casolare della più solatia Voltago.


E a Voltago esiste una casa, detta “Dei Carli”, che per tradizione-leggenda tramandata nei secoli, avrebbe ospitato il vescovo Lucano anche quando, per arrivare nell’Agordino, è probabilmente passato per Voltago.

l’attuale casa “dei Carli” a Voltago.




Quale itinerario da San Lugano a San Lucano del vescovo Lucano?


Dalla biografia di Lucano, si è visto che prima di arrivare nell’Agordino si era rifugiato sopra Cavalese, nella Val di Fiemme, in una località ora chiamata San Lugano. Ma le biografie non dicono per quali passi alpini sia passato per sfuggire ai suoi persecutori. Infatti da una parte è scritto “Partì dalla Valle di Fiemme e, attraverso difficili strade e valichi montuosi arrivò, dopo parecchi giorni nell’Agordino”; per altri “Oltrepassò le crode e scese verso la conca Agordina”; oppure si elencano solo i valichi che mettono in collegamento la Val di Fiemme con l’Agordino.


Un possibile percorso “ragionato” e condivisibile è stato descritto nel Bollettino Parrocchiale “Voci di Primiero” dell’agosto 1948. Queste le parti essenziali.


“Per dove dobbiamo ritenere sia passato nel suo tragitto da San Lugano di Fiemme a San Lucano di Agordo? Che via avremmo percorso noi nel suo caso?


Il passo di San Pellegrino: è possibile, ma non probabile, perché la direzione del viaggio doveva puntare verso oriente con tendenza al mezzogiorno e non a settentrione. Per la medesima ragione è escluso ancor più il passo Pordoi, che del resto avrebbe portato troppo lontano dalla meta finale, costringendo ad un lungo e inutile giro vizioso. Il passo delle Comelle che supera i 3500 m, roccioso e disagevole anche ora, a quel tempo era impossibile. E allora?


Restano tre valichi: quello di Vallès, alle sorgenti del Travignolo, scosceso e faticoso, a oltre 2200 m, quello di Rolle inferiore a 2000 m e il Colbricon, più basso, ambedue facili anche nella mancanza di sentieri. Questi, piegando il cammino in direzione opportuna, l’avrebbero occultato in una valle boscosa, fuori di mano e condotto alla porta naturale dell’Agordino, da cui immigrarono i primi abitatori di Primiero, al passo comodissimo di Cereda”.


Dal Cereda, per Gosaldo e valicando il Poi nel punto più basso di Forcella Aurine in località “Cristo de le Traversade”, si arriva da noi per la vecchia e battuta via romana.


Luigi Rivis



Ringrazio


- per le ricerche presso l’Archivio don Tamis di Taibon: Mario Diluviani;


- per le testimonianze-ricordo: Gino Benvegnù, Luigina Lena, Alessandro Miola, Dora Riva, Liberale Santomaso.





2 commenti:

  1. Ciao a tutti. Mi chiamo Rivis Erika, ho 23 anni. Fino a 5 anni fa passavo gran parte del mio tempo nella casetta di fronte la chiesa di Digoman, che era di mia proprietà da quasi un secolo. Purtroppo l'abbiamo venduta. Vorrei sapere se ci sono case in vendita a Digoman perché avrei intenzione di ritornare lì. Se qualcuno sa qualcosa oppure ha informazioni mi contatti tramite email Becky87@libero.it
    Grazie per la vostra disponibilità.
    Rivis Erika

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  2. Ciao Erika, ben arrivata su Agner e Dintorni, si direi proprio che di case in vendita a Digoman ce ne sono, vedo di farmi dire con precisione quali sono e ti faccio sapere via mail.
    Ciao luca

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