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"El Cor" - Foto di Danilo Benvegnu'' -

AGNER e DINTORNI , vuole essere uno spazio a disposizione di abitanti e frequentatori di questi luoghi.
Ovviamente questo vale anche per associazioni, amministratori locali e per tutti coloro abbiano da proporre tematiche inerenti l'Agordino.
E sopratutto vogliano promuovere tante lodevoli iniziative spesso note ai soli abitanti del paese in cui si svolgono!

Inviateci tramite e-mail il programma di quanto organizzate, con molto piacere, sarà inserito quanto prima su Agner & Dintorni..


domenica 13 febbraio 2011

GLI SPIRITI DELLE CONTRADE



Di Cherubino Miana

IL TEMPO

Il tempo, il tempo si sa, forse una volta che si misurava con una meridiana posta sul muro di casa era più lento nel passare, meno preciso degli orologi digitali che cambiano automaticamente le ore, il sole con i suoi raggi rifletteva l’ombra del chiodo tra un’ora e l’altra ed era il contadino o l’artigiano o la donna dai mille impegni quotidiani che
valutavano ad occhio il trascorrere delle ore, poi a mezzogiorno il campanone della vecchia chiesa dava il giusto avviso a coloro che sparsi nei campi o nei boschi dovevano tornare nelle case di pietra per una fetta di polenta, o sedersi sotto un faggio, la dove il muschio era asciutto e morbido, per aprire un tovagliolo bianco di ruvida canapa e cogliere il pranzo sempre molto scarso. Le meridiane un po’ impallidite misurano ancora il tempo in queste contrade, un tempo che s’è fermato all’ieri, con i segni di una vita vissuta negli stenti e lasciata per lo sperato aldilà o spostata in contrade più o meno ospitali, magari perse in città, dapprima troppo grandi per spiriti semplici cresciuti tra prati e boschi, saziati con latte di mucca e polenta di granturco. Poi anche le città nell’abitudine o nella rassegnazione, hanno preso dimensioni più umane e hanno cercato di domare lo spirito di chi, qui nelle contrade tra i boschi è cresciuto, ma il vero spirito qui è rimasto, spoglio di entusiasmi giovanili, rassegnato magari, ma il seme era germogliato in questi campi e le radici non si riesce ad estirparle completamente. Come un vecchio sambuco che mai s’estingue perché la vitalità che esso ha è tremendamente forte, così lo spirito di questi nostri vecchi è rimasto o è ritornato in queste contrade, quello dei figli o nipoti forse no, loro sono 32>cresciuti nello smog di altre contrade dove le polveri sottili ti si infilano nelle radici e ti seccano l’animo ed i sentimenti, loro tornano l’estate quando nei palazzoni il caldo ti cuoce le membra o quando le fabbriche ad agosto cercano un po’ d’aria ossigenata, tornano, girano senza ricordare, guardano senza vedere, non si fermano a pensare: il tempo della raccolta delle pietre nei prati, pietre nere dapprima ammucchiate in lunghi muretti divisori tra un confine e l’altro, raccolte solo per guadagnare un po’ di terra per il fieno o per un piccolo campo per le patate, i fagioli o il granturco. Poi ripulite e 
trasportate dove s’era deciso di costruire un pezzo di stalla o casa, scelte nelle pezzature, quelle più piatte ed allungate per la fondazioni o gli spigoli del fabbricato, per garantire la tenuta della struttura, messa assieme con malta di calce, tutta proveniente dalla vecchia calchera ancora visibile lì sopra, vicino al buco lasciato dalla cava. Pietre che non sempre si son potute utilizzare, perché la vita, nonostante la meridiana, correva si più lenta, ma era anche più breve, dopo i quaranta rischiavi di essere vecchio, bacato dalla pussiera o da qualche bronchite trascurata presa nelle giornate di pioggia o neve e mai curata nelle stanze ghiacciate di un inverno troppo lungo. Allora le pietre rimanevano, talvolta per chi veniva dopo, ma per lo più, con il cambiare dei tempi, come inamovibili mausolei a ricordo della storia d’un tempo. Strade e viottoli rimasti vuoti e popolati solo dallo spirito vivente di chi con tanta fatica vi è vissuto. Si potrebbe dire, fermandosi un attimo a guardare ed ascoltando la voce del poeta…”...e vanno pei tratturi antichi al piano……” e così, prendendovi per mano, vi voglio accompagnare per questi sentieri, 
nell’incontro con gli spiriti, che si sente, vivono ancora intorno a noi


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IL CENTRO DELLA VITA

L’acqua era di tutti, usciva non dal rubinetto cromato d’oggi, ma nelle fontane che erano distribuite con attenzione all’interno del paese. Le fontane erano il fulcro intorno al quale si muoveva la vita della famiglia di allora, ogni gruppetto di case al centro aveva la fontana, per l’acqua da bere o da utilizzare per cuocere i pasti, raccolta con secchi di latta o di
rame, con il lavatoio sul quale, ancora rimangono i segni di mani che hanno battuto, lisciato, spazzolato con ruvide saggine e risciacquato alla fine con l’acqua corrente incanalata dalla vicina fontana, le vesti, le lenzuola e le coperte grezze recuperate chissà come da qualche comparto militare. Oppure i vecchi sacchi delle patate da riutilizzare per la stagione successiva, i teli per la raccolta della foglia da usare come lettiera per le vacche, vacche che al mattino e alla sera venivano abbeverate nell’acqua fresca e sempre limpida della fontana. Era indispensabile averne una subito a fianco della latteria, fuori ma vicinissima, si perché nell’acqua corrente ci si lavavano gli “scatoli” del formaggio, le tavole dove lo stesso veniva posto a maturare, i teli della colatura del latte, eccolo qui il vecchio casaro ancora con gli occhi di fumo aggirarsi intorno al caseificio, entrare a controllare se nelle vasche del latte posto a raffreddare comincia a galleggiare la panna da scremare domani mattina, inserire l’indice nelle vasche e guardatolo coperto da uno strato più o meno denso di panna, metterlo in bocca come fa un neonato e succhiare quel dito annerito perché nulla deve essere perso. Ha le sopracciglia bruciacchiate il vecchio casaro dal fuoco che attiva soffiando con la sua bocca larga e con pochi
denti, anche i peli delle orecchie sono arricciati per qualche colpo di fumo rovente che s’è ribellato al risucchio del grande camino e ha deviato percorso affumicando il viso ossuto del casaro. Qui con lui vedi l’aiutante, la donna che ha la mucca e che oggi è al suo turno nel fare il formaggio ed il burro, poi più tardi anche due o tre ricotte, non quelle tenere e morbide mescolate con il mascarpone che trovi oggi nelle botteghe, ricotte sode dalla pasta grossolana, “strucade” in modo da perdere il siero e messe ad affumicare sulla cappa del camino per grattarle, indurite e secche sui gnocchi di patate o di zucca della domenica.

CON IL LEGNO E CON LA PIETRA

Il Torrente ch passava lì sotto, solitamente calmo, scavava nei momenti di ferocia ampie valli su verso Gosaldo, sin sulla montagna e trasportava a valle le grosse pietre calcaree che rotolavano prima sui ripidi pendii e poi andavano a fermare la loro corsa nelle anse lasciate da un’erosione precedente. Il T. Mis scorreva, ma loro, gli spiriti semplici d’un tempo, non potevano saperlo e non sarebbe stato neppure di loro interesse, lungo la grossa faglia che 
univa due aree distanti tra loro, una grossa crepa nella roccia, una crepa profonda che aveva lasciato spazio all’erosione del torrente nel tempo. Da quei blocchi calcarei impararono a spaccare, tagliare, dar forma a dei pezzi allungati da mettere sopra le porte d’entrata, era una roccia solida, lasciata dal mare, che copriva tutto in un tempo inimmaginabile chissà quanto lontano. Si lavorava bene la roccia più chiara perché ne carpivi i segreti, le debolezze lasciate dal deposito marino più o meno consistente. Con i cunei di legno bagnati, che s’ ingrossavano, oppure con l’acqua lasciata nelle crepe d’inverno a ghiacciare ed espandersi. Ma i muri no, quelli si facevano con le pietre del versante superiore, più facili da trovare e raccogliere e meno faticoso portarle. Erano pietre scure, quasi la natura
avesse voluto vendicarsi chissà con chi, aveva preso le rocce depositate dal mare, scaldate con acque e vapori caldissimi, pressate con forza immane, piegate rivoltate, infiltrate con minerali e ridotte a pezzi. Era più facile 
romperle, bastava cominciare da sotto, un pezzo alla volta riuscivi a demolire un intero versante, poi giù lungo canaloni scoscesi fin dove una trave, messa appositamente di traverso, ne frenava la corsa, ne deviava il tragitto fin a portarle sul mucchio. Lì c’era la scelta, quelle più dritte dagli angoli retti da una parte, servivano a fare gli spigoli del fabbricato, quelle a lastra più grosse per unire il muro a renderlo più solido, più legato, le lastre più piccole invece, per chiudere i vuoti o per i volti sopra le porte e finestre, per rendere solido il vuoto sottostante. Certe pietre ancora brillano alla luce riflessa del sole, rossicce quelle che hanno preso un calore maggiore, alcune persino nere, oggi le chiamerebbero rocce metamorfiche o scisti carboniosi, ogni tanto una pietra più giallastra…chissà, la natura è stata sempre di una fantasia e di una forza immane, che solo lei poteva avere.
Le lastre più malleabili, sul verde-azzurro erano invece conservate per i gradini, non era marmo certamente, ma servivano lo stesso all’uso funzionale di gente che s’accontentava. E sopra la pietra il legno, quei larici o abeti tagliati con segone a due mani, trascianti a valle quando la neve riempiva le vallecole, fatti scivolare, slittare, rotolare a seconda del terreno, portati a segherie artigianali da cavalli da tiro accoppiati e riportati indietro in tavole dalle sagome più strane.
Le travi no, quelle non venivano segate, o le si lasciava a tutto tondo, senza levarne la forte fibra o venivano squadrate a mano con delle accette allungate e a guidare l’occhio e la mano dell’uomo un spago messo a segnare la corsa dell’acciaio affilato.
Le assi migliori a farne i pavimenti ed i serramenti, perché un buon muratore doveva essere prima ottimo falegname, le assi di medio valore a chiudere le coperture e la parte più esterna i famosi “Scorth” e tamponare i vuoti delle pareti o più fuori dove lo sporto del solaio ricavava uno spazio per mettere d’estate il fieno non ancora secco a finir di seccarsi e
d’inverno le fascine per riscaldare le case. Pietra e legno, legno e pietra, null’altro la natura aveva dato, null’altro l’uomo cercava, legno e pietra per la casa e la stalla, legno e pietra per il fuoco e per risanare i versanti erosi da frane.
Oggi questo legno e questa pietra ricordano quegli uomini, non occorre girare per i cimiteri per conoscerli, basta fermarsi un attimo e li ritrovi  nelle contrade vuote, tra queste vie disseminate da piante rinsecchite di enormi ortensie che ad ogni primavera rifioriranno. Loro, questi uomini son qui, li leggi nei muri, nelle fontane e negli angoli nascosti dove qualcuno ha seminato allora un fiore.

SANTI PROTETTORI E/O DOTTORI………

Gli spiriti dolci delle contrade son di quelle donne dalla faccia scarna, nella quale si nascondono, incastrati, i sorrisi tenui di madre, serioso di moglie, suadente di ragazza, le mani incrociate nel grembo delle prime due, mobili e carezzevoli quelle della ragazza: Loro esprimono la religiosità di queste contrade, gli uomini rudi non ammetterebbero mai di aver invocato qualcuno al di sopra per una protezione, solo quelli che han vissuto gli orrori della guerra abbassano gli occhi quasi a giustificarsi di aver sperato che qualcuno li aiutasse, specie negli assalti alla baionetta quando dovevi sporcare la tua pelle con il sangue di un uomo che non conoscevi e che aveva sicuramente gli stessi problemi dei tuoi, nelle sue contrade che tu neppure sapevi dove fossero. Le donne, riuscivano invece ad essere sempre se stesse, con 
coerenza dimostravano la loro forza interiore, che andava a ricaricarsi là, dove un artista di passaggio era stato chiamato e sfamato per alcuni giorni purché dipingesse sull’intonaco a fresco di quella casa posta al centro del paese, una madonna con il bambino in braccio, al resto doveva pensarci lui, ai santi posti a fianco, ai mai assenti angioletti. Usavano un unico colore gli artisti di allora, giravano, con degli stampi arrotolati, per i paesi di montagna, si fermavano dove qualche famiglia un po’ più benestante li ospitava e compensavano con la loro arte l’ospitalità: E dal giorno che il dipinto era fiorito, l’obbligo di una preghiera si trasformava in una speranza, invocazione di aiuto nei momenti più tristi della vita. L’anno della “Spagnola” 1918-19 furono in molti ad andarsene… poi la difterite che prendeva per lo più i bambini, il “Grup” lo chiamavano in dialetto nelle contrade, era un rincorrersi di notizie, sussurrate, il figlio della Teresina, la figlia del “nonzol” o ancora il nipote della Bianca hanno preso il “grup”, la febbre s’è alzata talmente che sparlano, il medico non può vedere tutti perché deve percorrere i sentieri a piedi e nonostante sia un gran camminatore non ce la fa, nell’attesa il saggio del paese dava consigli pratici, ma nulla poteva fare al diffondersi della malattia ed allora bisognava rivolgersi ai Santi e i Santi erano quelli lasciati dalla traccia dell’artista. Poi passata la devastante malattia, nasceva sul crocicchio dei sentieri che si diramavano verso i gruppi di case, un capitello con un Cristo, tutti concorrevano ad aiutare anche coloro ai quali i figli piccoli erano stati sottratti dalla febbre troppo alta, non si sa mai la prossima volta poteva tornar buono questo atto di fede. Ma mentre qualcuno costruiva il capitello con pietre raccolte qua e là su dei muri provvisori, mentre qualcun altro andava a tagliare un larice per le travi e la copertura, bisognava trovare l’intagliatore, convincerlo che lui poteva essere all’altezza di dare un volto a quel tronco di tiglio, posto a seccare nel fienile tempo addietro per farne, cucchiai o mestoli, dovevi pregarlo perché si decidesse, lui cosciente della sua capacità voleva la 
riconoscenza tangibile della gente del villaggio, ed anche  il capo villaggio si faceva vivo,
paterno e burbero insieme riusciva sempre a farsi ascoltare. Il tronco di tiglio veniva sottratto al sonno degli anni, il profumo del legno ancora intatto si sprigionava nella stanza ad ogni taglio, all’incisione di uno scalpello che accuratamente lo sezionava, gli levava la rotondità iniziale smussando ed abbozzando la forma, poi con maestria, limato e grattato, si penetrava nelle fibre sin a far emergere gli occhi il naso e la bocca semiaperta del Cristo, il resto era tutto più facile, perché era l’espressione della sofferenza quella che richiedeva più impegno, la sofferenza non si incide devi essere all’altezza di scavarla in modo che si rifletta più tardi verso chi la guarda.
Cristi e madonne erano le rappresentazioni più ricorrenti e forse più semplici da dipingere, i murales, quelli più complicati richiedevano la mano di un artista professionista, cosa non facile da trovare nelle vallate dove al massimo la natura aveva dato sì la manualità, che però veniva sfruttata fin da giovani su attività pratiche, perché d’arte non si 
mangiava dicevano i vecchi, d’arte si moriva di fame. Così è rimasta qualche madonna sbiadita sull’angolo della contrada, i colori impalliditi dal sole e dalla pioggia che li ha dilavati creano un effetto particolare, quasi un’apparizione nel bianco dell’intonaco trattato emerge questa figura, particolarmente amata e venerata.

 LA SOLITUDINE DELLA CONTRADA

Di qua son passati uomini duri e donne magre dai volti affilati, dall’animo buono e nello stesso tempo rassegnato. Son passati cavalli e carri che si recavano fino alla prima stazione del treno per caricare, sementi, sale e il vino della pianura, quel vino che doveva scaldare i cuori nei momenti di maggior solitudine o abbandono, quel vino rosso della pianura che portava un po’ di allegria. Il vino era una medicina allora, quei cavalli faticavano, dopo aver risalito la
stretta valle del Mis ad inerpicarsi per le salite di queste contrade. Ogni tanto una pausa, per ridurre il carico ad ogni bottega ad ogni osteria spersa lungo il tragitto, il vino sostituiva Tavor, Sanax, Cardioaspirine ed Antibiotici. Ravvivava le contrade e poteva essere il canto roco di un ubriaco che se ne ritornava a casa sul tardi, riaccendeva i vicoli con discussioni nate per poco, per un confine spostato, per una parola detta in più, per quell’odio atavico verso l’altro che serpeggiava quando prendevi più coraggio e l’inibizione dell’educazione svaniva. Si sentivano improvvisamente forti allora, dopo poche ombre di rosso, forti e con mille ragioni, finché non interveniva il capo villaggio a sedare tutto e così il tempo correva, incespicava e correva, perché, dopo il fioretto di maggio, tutti dovevano rientrare e non essendoci televisione e neppure luce, il buio segnava l’interruzione della giornata e l’alba successiva oltre che il gallo, svegliava tutta la famiglia. Ed allora il primo ad accendersi era il fuoco della vecchia “caminazza”, con le fascine di faggio ben secche si alzava una vampata che illuminava l’intera cucina, il lume non serviva, intorno, sulle panche di legno, la colazione vicino al fuoco che scoppiava quando qualche nodo di abete surriscaldato dal calore delle fascine si lasciava coinvolgere e la resina s’infiammava.
I nomi delle contrade son rimasti su questi muri di pietra intonacati con malta di calce, il nome del villaggio “Villa di Ren” 1875….ogni nome una data ogni casa una data incisa o sopra lo stipite della porta di accesso o sulla trave del colmo, ben visibile, non ci si doveva dimenticare l’anno, forse serviva per se stessi, per i figli e per i nipoti, non penso 
che prevedessero un intruso come me a guardare e spiare il loro vissuto molti anni dopo. Via Tiser, Via Canal 
del Mis a seconda che tu dovessi salire, lì verso il campanile della chiesa posta sul colle ben visibile a tutti o che tu dovessi scendere, lungo la valle verso la pianura, verso Belluno e più giù a seconda di cosa dovevi portare a casa.


LA PRIMAVERA 

Rifioriscono come ogni anno albicocchi e susini a primavera, sparsi nei prati o negli antichi orti, nascosti dal freddo e coccolati dai muri in pietra scura che li riscaldano anche nelle notti più fresche, rifioriscono come i meli e i peri strozzati da  frassini, noccioli e ontani che avanzano come armate ben preparate alla riconquista. I fiori di queste piante da frutta sono i veri ricordi d’un tempo contadino che doveva forgiare uomini e donne temprati, rifioriscono anche i prati intorno e le siepi ormai intonse e disordinate dei giardini lasciati e rivangati a primavera nelle ridotte giornate dei ritorni 
furtivi. Nell’erba il radicchio dai fiori gialli prevale, l’ ”occhio di gatto” tinge di macchie d’azzurro il verde pallido della prima erba, i bucaneve sui pendii più assolati imbiancano la scarpata da quanto son fitti e le viole, primo fiore portato
al capitello lì vicino, spuntano al calore degli ultimi giorni di febbraio. Mentre sulla vecchia ceppaia ormai semimarcita alcuni funghi parassiti conquistano la vista verso il basso, sulla strada. E i cervi e caprioli escono dal fitto del bosco, sempre più coraggiosi, a brucare l’erba, una volta tanto preziosa per i contadini ed ora lasciata senza padrone. Si tracciano i loro percorsi nel bosco più fitto e tu ne puoi vedere le orme lasciate tra le foglie secche con solchi scavati dal passare e ripassare sugli stessi sentieri. Li ritrovi là dove l’ultima sorgente non s’è ancora prosciugata o sepolta tra l’erba secca sempre più folta, vanno ad abbeverarsi, a sostare, immagino ed ascoltare il canto dell’acqua tra le rocce soprastanti. Son spariti invece i leprotti, quelli che campavano in mezzo ai prati quando l’erba sfalciata rispuntava tenera. Le poiane resistono ed i corvi neri campano allegramente con il loro cra-cra sempre più da padrone e lo fanno per spaventare i numerosi ghiri che tentano di rubare le noci che ancora si trovano in mezzo alle foglie secche cadute sotto antiche piante.
L’aria è quella d’un tempo, nella conca dove l’uomo cercava sapientemente di costruirsi un’esistenza, fuori dall’aria malsana, dal vento della valle che faceva venir la tosse ed al riparo da possibili slavine invernali, capisci a primavera che la scelta del luogo non era stata casuale ma ben ponderata.

L’ADDIO

Gli spiriti dalla contrada si affollano ormai consci di essere stati scoperti, loro pensavano di circolare tranquilli ed indisturbati in queste viuzze e sentieri abbandonati dagli umani, frequentavano ancora le loro case, sfioravano leggeri i muri e si portavano nei loro voli i ricordi di allora, pensavano che il tempo si fermasse e nulla cambiasse, ma quando 
videro il maestoso noce abbattuto da una rumoroso attrezzo a motore che interrompeva il silenzio e la quiete, quando scoprirono che il vecchio alveo s’era disseccato perché qualcuno ne aveva interrotto il corso per incanalarlo in un tubo di ferro che attraversava il bosco, lì dove i faggi avevano ormai conquistato il pendio, capirono che quel santone di terracotta che da mesi si stava seccando al sole dell’autunno, era un saggio pensatore che s’era
rassegnato al degrado ed all’abbandono della terra e con l’abbandono più totale, i fienili e le case un po’ alla volta avrebbero subito l’infiltrarsi delle radici del sambuco e del frassino, i prati conquistati con fatica, preda di noccioli sempre più forti e potenti, il paesaggio sarebbe cambiato e dell’integrità d’un tempo nulla sarebbe rimasto, perché come diceva il 
saggio: il bosco è pronto e la natura lo usa per riconquistare quello che anni addietro le era stato sottratto. Il vecchio spirito di colui che un tempo era stato il capo villaggio, colui al quale ci si rivolgeva per ogni problema, per la mucca che doveva partorire, per il figlio o il marito che stava male, quello spirito conscio di essere ancora lui che rappresentava non più la vita, ma la solitudine delle contrade si guardò intorno, circondato dai suoi vecchi compaesani, i suoi occhi sempre vivaci s’incupirono, ed il suo spirito sempre così sicuro e combattivo sembrò piegarsi agli eventi, dalla piazza si volse ancora una volta verso il bosco che nell’autunno s’era colorato come tutti gli anni, s’entusiasmò al rosso dei faggi, al verde scuro disseminato qua e là degli abeti, al giallo dorato dei larici e più su verso la cima allla prima neve che aveva imbiancato il terreno, si riprese dopo un attimo, guardò i suoi uno ad uno chiamandoli per nome di casata, un sorriso ampio gli fiorì ancora sulla sua bocca dai denti forti, quelli dei vent’anni, poi lentamente mormorò, “i nostri spiriti rimarranno in queste contrade anche se la natura farà quello che deve fare, quel murale con il gallo forcello doveva essere il segnale del futuro che sta venendo a breve, il bosco riconquisterà le campagne e alberi e animali prenderanno il posto dei tanti cristiani che ci sono passati, i nostri figli se ne sono andati per una vita più comoda ed è giusto che una terra dimenticata si vendichi sull’ uomo che l’ha dimenticata."




  



CHER/2011

4 commenti:

  1. Storie e realtà comune a tante valli del bellunese, presentate in maniera coinvolgente e veramente ben scritta.
    Complimenti all'autore.

    Mario.

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  2. Luigi, il dolore del volto sel cristo rispecchia la sofferenza della crocifissione, in effetti se tu guardi L'ultima cena del paris Bordone nella chiesa di S. Simon percepisci un'altra espressine.
    Per quanto riguarda la speranza forse la si trova nelle parole della Bibbia....è difficile credo raffigurarla in una scultura. Se invece la speranza riguarda il ritorno ai luoghi di origine da parte di tanti che se ne sono andati....beh credo sia difficile....ma la speranza è l'ultima...anche se il Foscolo...non era tanto d'accordo.

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  3. E’ difficile commentare questo lungo scritto di Cherubino, troppi gli spunti, reali o metafisici. Proverò ad accennare a qualche riferimento che mi è venuto in mente durante la lettura.
    Ogni tanto, quando vengo da solo a Voltago, con la scusa di qualche lavoro di manutenzione nella casa, invece di prendere la “comoda” statale agordina, scelgo come ultimo tratto la valle del Mis, per risalire verso Tiser e Forcella Franche ed arrivare a Voltago da Rivamonte. E’ un tratto, quello che costeggia il Mis, molto suggestivo e selvaggio e colpisce la differenza con la pianura del Piave, appena abbandonata. Triste destino per la valle e i suoi abitanti: fino al 1918 potevano esserci i benefici della terra di confine, poi situazione precaria, comune con gli altri paesi e frazioni delle valli circostanti, infine la mazzata della devastante alluvione. Non ci si può meravigliare quindi del senso di abbandono che pervade l’area. Certo, dice Cherubino, rimangono i segni degli insediamenti e del lavoro, ma solo chi ha vissuto quella vita sa leggere nei ruderi e captarne gli “spiriti”. E finché la natura non avrà fatto il suo corso…
    Curioso come vivendo nei nostri paesi (ho la possibilità di verificarlo ogni volta nella mia alternanza tra città e paese) si abbia una diversa concezione del tempo e dello spazio, nel senso che si è “più padroni” del proprio tempo e si ha più spazio “a disposizione”, in poche parole più libertà. Ancora, c’è la percezione immediata, visiva, delle materie fondamentali della nostra vita, l’acqua, la pietra, il legno. Questa è una ricchezza di cui forse non è consapevole chi vive stabilmente in paese. Eppure bisogna rifletterci ogni tanto e confrontare questa vita concreta, reale con i modelli sempre più virtuali che vengono man mano proposti.
    Alla fine il pensiero corre ai nostri paesi reali e al destino delle comunità che ci vivono. Le radici stanno ormai scomparendo, o memorizzate a livello museale, e il futuro lo vedo (dall’esterno) ancora abbastanza indefinito. C’è un presente con una consolidata base economica e anche di una certa prospettiva, ma, rispetto al passato, anche grazie al benessere acquisito, rilevo un minore senso della comunità. Intendiamoci, è un fenomeno nazionale, come minimo, eppure nei piccoli paesi è una situazione più rischiosa. Nei nostri c’è innanzitutto un problema demografico, probabilmente nei prossimi anni si assisterà ad una diminuzione della popolazione residente: è inevitabile finché non si troverà un nuovo equilibrio. Ma per evitare di diventare nuove valli del Mis devono soprattutto coniugare la nuova economia con un senso di appartenenza (la comunità) più forte.
    Giorgio

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  4. Giorgio: coniugare la nuova economia con un senso di appartenenza alla comunità....ci renderebbe più forti.
    Hai ragione, ma una comunità reale deve esistere se vuoi averne senso di appartenenza. Se invece non esiste e si fa di tutto per eliminare quel poco che potrebbe essere ancora tenuto assieme, capisci che tutto diventa più difficile. Siamo cambiati anche noi rispetto ad un tempo, non sta a me dire se in meglio o in peggio...abbiamo perso i valori veri....ammesso che questi ci fossero e non fosse invece solo uno stato di facciata e di necessità. Certo i vecchi ci hanno insegnato delle cose....ma metterle in pratica è differente...ognuno ormai fa l'attore ed il professore...nelle bettole sono bravissimi a parlare o sparlare...e talvolta hanno la difficoltà di fare la loro firma....ma sono ascoltati..fanno audience...e dei valori....ba quelli manco sanno più dove han messo la chiave. L'arte ormai è il gossip...
    cherubino

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