BLOG APERTO A TUTTI!!

"AUTUNNO" foto di Attilio Pietrogiovanna

AGNER e DINTORNI , vuole essere uno spazio a disposizione di abitanti e frequentatori di questi luoghi.
Ovviamente questo vale anche per associazioni, amministratori locali e per tutti coloro abbiano da proporre tematiche inerenti l'Agordino.
E sopratutto vogliano promuovere tante lodevoli iniziative spesso note ai soli abitanti del paese in cui si svolgono!

Inviateci tramite e-mail il programma di quanto organizzate, con molto piacere, sarà inserito quanto prima su Agner & Dintorni..


mercoledì 22 settembre 2010

Don Antonio Della Lucia

Penso possa essere interessante, oltre che utile, ricordare in questo sito la figura di Don Antonio Della Lucia, personaggio di spicco nato proprio all'ombra dell'Agner (Frassenè) nel 1824. Costui, figlio di povera gente, umili contadini, riuscì con l'aiuto dei compaesani a studiare e a divenire prete. Lui, uomo colto ed intelligente, già all'epoca capì che uno dei modi migliori, se non il migliore, per creare benessere in un territorio come quello dell'Agordino (e montano in genere), caratterizzato da tante piccole comunità separate e marginali, era quello di unirsi, di associarsi, di accrescere la propria forza lavorando e collaborando tutti assieme secondo il principio cristiano della solidarietà. Una solidarietà però non fine a sè stessa ma concreta, in grado di generare una ricchezza diffusa ed equamente distribuita. In 300 anime si può fare poco, in 600 già di più, in 1000 molto di più: questo in quanto le economie di scala abbassano i costi, si aumenta la voce in capitolo nei confronti delle istituzioni ed il proprio peso politco/economico agli occhi di chiunque, aumentano i capitali da poter investire, si creano sinergie positive, migliora la gestione del bene collettivo che per forza di cose deve essere mirata al lungo periodo e deve porsi degli obiettivi reali e concreti. Don Antonio è stato infatti colui che ha fortemente voluto e realizzato la prima latteria cooperativa d'Italia, sorta nel 1872 in quel di Canale d'Agordo. Se prima ognuno mungeva la propria vacca e faceva fatica a rivendere i propri prodotti ad un mercato microscopico e già saturo, grazie alle latterie cooperative i formaggi agordini si imposero su mercati sempre più ampli, riscuotendo grande interesse anche nelle esposizioni nazionali. Il successo della latteria cooperativa di Canale fu talmente vasto che il Ministero dell'Agricoltura promosse dei concorsi a premi per favorire la nascita di nuove cooperative e Don Antonio fu nominato Cavaliere. Egli, capendo perfettamente che per quelle zone era fondamentale superare le divisioni, si spinse oltre impegnandosi nell'associare tra loro le varie latterie sorte come funghi in quegli anni. I suoi sforzi non furono vani tanto che nel 1888 nacque la "Federazione delle Latterie Cooperative Agordine" alla cui presidenza fu chiamato egli stesso. Di conseguenza la produzione del latte crebbe, si diffuse l'allevamento di nuove razze bovine e, nel 1901, fu decisa l'apertura ad Agordo della sede generale della Società, il Palazzo delle Latterie Agordine (ora sede della Comunità Montana Agordina). A tutt'oggi viene riconosciuto a Don Antonio il grande merito di aver promosso lo sviluppo della sua terra d'origine e l'emancipazione economica e sociale della sua gente.

Cosa rimane nel 2010 del suo operato? Quale eredità ha lasciato agli Agordini? Vedendo quanti pascoli sono stati divorati dai boschi e quante poche vacche ci sono in circolazione, ma soprattutto notando come ogni comune, ogni paesino, per quanto minuscolo, si ostini a voler fare da sè invece di dialogare coi vicini, si direbbe che il tempo ha cancellato buona parte del suo insegnamento. Forse nel 2010, in un periodo in cui nessuno vuole sgobbare per lavorare la terra, è impensabile tornare a studiare forme di collaborazione in settori quali l'agricoltura e l'allevamento ma perchè non provare a ridare slancio economico e vitale all'Agordino realizzando in forma seria, strutturata, efficiente ed intelligente una pro-loco che abbracci tutte le località del Basso Agordino? Chi ha convenienza nel vedere invece l'attuale disgregazione, la totale mancanza di idee e di qualsiasi forma di promozione turistica di quel territorio che tanto avrebbe da offrire se solo sapesse far fronte comune? Oppure, perchè non associarsi in modo da creare delle segherie comunali che recuperino e taglino la legna dei propri boschi distribuendola poi ai residenti e rivendendo le eccedenze a prezzi di mercato in modo tale da ridurre i costi, mantenere ordine e pulizia dei boschi ed evitare il paradosso che ad Agordo, pur circondata da foreste fittissime, venga venduto legname proveniente dalla Slovenia? In fondo, Don Antonio Della Lucia ne è testimonianza, la gente del posto ha già conosciuto i grandi vantaggi dell'associazionismo.... Ecco perchè alle volte ripescare dal passato alcuni ricordi (e alcuni grandi personaggi) può solo che essere d'aiuto.

Per maggiori informazioni su Antonio Della Lucia vi rimando a Wikipedia. Se però qualcuno avesse ulteriori notizie riguardo alla sua persona e alla sua opera è caldamente invitato ad esporle in questa sede.

Rifugio Scarpa Gurekian - Frassenè Agordino

Ho trovato un bel video che descrive e racconta una delle principali e migliori risorse turistiche del basso agordino ma direi anche di tutte le Dolomiti. Il Rifugio Scarpa è un luogo dove è sempre bello tornare, dove ci si sente a casa, si mangia molto bene, si gode un panorama incantevole ed è il punto di partenza (ma anche di arrivo) di innumerevoli escursioni: dalle tranquille passeggiate nei boschi, alle traversate in costa, dai giri per le malghe, al sentiero naturalistico Miniussi fino alle più impegnative ascensioni (vie normali, vie ferrate, vie alpinistiche) nei gruppi dolomitici dell'Agner o della Croda Granda. Per non dimenticare le adrenaliniche discese in mountain-bike (down-hill) a tutta velocità lungo la ex-pista da sci oppure le ciaspolate fino, per far solo un esempio, al panoramicissimo Col di Luna! Un mio piccolo consiglio: non esistono solo la seggiovia o il sentiero CAI 771 per arrivare al rifugio, anzi vi invito a riscoprire i numerosi percorsi nel bosco (non numerati ma comunque evidenti e tracciati) che partono da Frassenè, da Bertoi o da Voltago e che potete trovare in qualsiasi mappa (ad esempio la Tabacco n° 22). La foto qui in parte, che potete scaricare nella sua dimensione originale cliccandovi sopra, è una cartina dei sentieri affissa accanto all'ingresso dell'ufficio turistico di Frassenè: come potete vedere c'è da sbizzarrirsi! E vi assicuro che i percorsi sono ben di più!

Ecco infine a voi il video: http://www.youtube.com/watch?v=3fGt605XEbY

Cliccando QUI potrete invece accedere direttamente al sito del rifugio Scarpa, contenente tutte le informazioni di cui potete avere bisogno.

lunedì 20 settembre 2010

2010: annata da incorniciare

di giorgio casera


Porcino

Le annate memorabili per il vino si definiscono annate da incorniciare!
Non si sa ancora come sarà la produzione per i vini quest’anno. Da quanto si legge le premesse sono buone, ma ora siamo nella fase forse più critica, quella della vendemmia. Vedremo, tra un mese si potranno tirare le somme.
Quello che si può già dire invece è che per i funghi è andata alla grande, in quantità e qualità.
Già a Voltago, tra ultimi giorni di agosto e primi di settembre, gli amici mi avevano raccontato di raccolte all’altezza delle migliori tradizioni. Come poi mi hanno ripetuto gli amici di Monza che frequentano Valtellina e Lecchese. Non so di altre zone (Trentino etc) ma sono sicuro che è andata bene anche là. Come dicevo, a Voltago c’è stata abbondanza, ma, almeno finora, selettiva.

Boletus luridus

Nella hit parade metterei naturalmente i porcini (boletus edulis, il più ricercato), le mazze di tamburo, i diffusi laricini e i porcini “mat”; non sono mancati peraltro funghi di specie meno diffuse ma altamente apprezzati dai gourmet, come il coprinus comatus. Assente, almeno finora, il secondo fungo più ricercato a Voltago, il gallinaccio (cantharellus cibarius), ma per questo, come per altri mancanti all’appello, c’è ancora un mese abbondante di tempo. Diamogli ancora una chance!

Coprinus comatus

mercoledì 15 settembre 2010

Notizie storiche su Voltago Agordino




                                                                             foto di Sergio Grosso


Grazie a Lino Fornaini


Nel libro " Grande illustrazione del Lombardo-Veneto" del 1858 si parlava così di Voltago:
Dirigendosi per l'altra via verso Agordo, si viene prima alle AURINE, dove in mezzo allo schisto, formazione del monte, si trovano pezzi di quarzo molto belli e tali che forse se ne potrebbe trarre un qualche partito. Continuando, in meno di un'ora si è a FRASSENE’ piccolo villaggio, aperto in ridente posizione e con bellissimi boschi di fronte: costituisce un Comune col sottoposto Voltago : ha parroco, e sul tener suo un' acqua leggermente ferruginosa, come altra simile scaturisce in guisa curiosa da più polle, da un masso marnoso che si spinge entro il torrente Sarzana nella località del Molin a Voltago. Chi s'immaginerebbe che in questo paesello.....
Vi interessa? il resto potete leggerlo cliccando QUI

martedì 7 settembre 2010

L'orso sul Monte Agner

Visto che anche in questi giorni, si fa un gran parlare parlare di orsi a spasso per i monti.
Ricordo che uno dei plantigradi si è fatto una passeggiata anche dalle parti dell'Agner, ripropongo cosi il video caricato a suo tempo nel vecchio blog,

Buona visione.

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lunedì 6 settembre 2010

L' Om Salvàrech



L' Om Salvàrech 
di Rivamonte Agordino

Tanto tempo fa viveva tra i boschi del monte Armarolo uno strano essere, nessuno l'aveva mai visto. Era un essere schivo, solitario, che viveva in piena sintonia con l'ambiente silvano.
L' aurea di mistero che lo circondava accresceva la curiosità dei valligiani, che si interrogavano vicendevolmente su come potesse essere questa strana creatura.
Un giorno di aprile, nella stagione in cui l'aria si fa più mite e fa dimenticare ai montanari i rigori dell'inverno appena trascorso, quando iniziano a spuntare i primi ciuffetti d'erba e il canto degli uccelli si fa più allegro, scoppiò all'improvviso un violento temporale, durante il quale lampi e tuoni facevano da padroni.
Mentre accadeva tutto ciò, in una piccola casèra ai margini del bosco un mite anziano, ormai ricurvo per il peso dei troppi anni, se ne stava accanto al larìn e puliva con pazienza da certosino il latte appena munto, toglieva uno ad uno i fili d'erba e le altre impurità del latte. C'era una gran pace intorno a lui, si sentiva solo la legna scoppiettare, ma all'improvviso la pesante porta di legno cigolò ed entrò proprio lui, l' Om Salvàrech.
Questi indossava un vestito fatto tutto d'erba, ma che, per l'abbondante pioggia caduta, era tutto inzuppato d'acqua.
Le sue intenzioni non erano cattive, voleva solo asciugarsi ed attendere, al riparo, che il temporale cessasse, così sedette vicino al fuoco.
Tra i due non ci fu scambio di parola, l'anziano montanaro si guardò bene dal fare qualsiasi domanda, perché così stabiliva la legge del bosco. e continuò il suo minuzioso lavoro. Quando il temporale cessò l' Om Salvàrech uscì dal suo casolare, ma ben presto rientrò portando con sé un fascio d'erba: era la stessa erba con cui egli era vestito.
Con questa pianta l' Om Salvàrech insegnò all'uomo a filtrare il latte, evitandogli così un lungo e noioso lavoro. La gente del posto chiama questa erba colìn, forse proprio per la funzione che da quel giorno assolse nel loro quotidiano lavoro di pulitura del latte.
L'insegnamento dell' Om Salvàrech fu un dono che egli fece all'uomo per ricambiare l'ospitalità da questi ricevuta in quel giorno piovoso di primavera.
Da allora l' Om Salvàrech ritornò ogni primavera tra la gente di Rivamonte, finché un giorno la popolazione lo attese invano: l'uomo della selva sparì improvvisamente, come improvvisamente s'era presentato ad uno di loro.
Ma la buona gente di montagna non volle dimenticarlo, così continuò a fare la festa in suo onore in primavera, il 25 aprile.

sabato 4 settembre 2010

El tocà da puina

di giorgio casera

Proposta per la ProLoco prossima ventura: la realizzazione di un ricettario della cucina tradizionale dei nostri paesi.
E’ capitato lo scorso anno a me e mia moglie di essere ospiti a pranzo di una coppia di amici di Voltago e di aver mangiato, insieme all’immancabile polenta, il tocà da puina. E' un intingolo (tocà) a base di ricotta affumicata sciolta nel burro (penso) con l'aggiunta di polenta liquida. L’ho trovato molto buono, un sapore nuovo, caratteristico, piacevole. Era la prima volta che lo assaggiavo e sono stato sorpreso quando la padrona di casa mi ha detto che era un piatto tradizionale di Voltago (ho scoperto poi che è un piatto comune alla cucina agordina), perché sia nell’infanzia sia negli ultimi anni di soggiorno vacanziero mai mi era capitato di trovarlo a tavola a casa o presso amici e conoscenti o nei ristoranti tipici della zona.


Era indubbiamente un piatto della cucina povera dei nostri vecchi, ma ora, con le tipiche rivisitazioni che fanno i nostri grandi chef, non mi meraviglierei di trovarlo in ristoranti come El Toulà di Cortina (a prezzi adeguati).
Penso che mettendo insieme qualche brava signora possano venir fuori almeno una ventina di ricette tipiche, in modo da costituire un prezioso volumetto, che ci permetterebbe di conservare la nostra cultura gastronomica e di diffonderla presso i nostri ospiti “foresti”.

giovedì 2 settembre 2010

L' Agordino e gli alberi...








Riguardando le foto de I Digomaner e altri gruppi vari, sempre sulla montagna.

Mi sorge un dubbio... (premetto che sono un grande amante dei boschi) secondo voi, nell'Agordino non ci sono troppi alberi? Mi spiego meglio, chi non è proprio giovanissimo, ricorderà, che Digoman, Voltago, Rivamonte, Frassenè, Gosaldo ecc.. ma il discorso vale anche per molti altri paesi della vallata del Cordevole e anche le più minuscole frazioni erano attorniate da meravigliosi prati, la cosa è ben visibile osservando qualche foto d'annata, scattata magari dall'Agner.

E' vero, anni addietro, parecchie famiglie avevano la stalla, ora non più. Quindi tenere falciati i prati, senza motivo diventa lavoro inutile, ma far arrivare il bosco fino davanti alle case trovo sia eccessivo, la montagna è fatta anche di panorami, il basso agordino li sta perdendo, coperti da un bosco selvaggio e non curato. Possibile che per avere un poca di visuale aperta, bisogni salire oltre la quota dove crescono le piante?


Voi che ne dite? Siete pro alberi o pro prati? Fate sapere cosa ne pensate...


Sani Luca


La discussione è aperta anche sul gruppo I DIGOMANER di facebook.

sabato 28 agosto 2010

RIVAMONTE AGORDINO - MOSTRA DI PAOLO MOSCA E MOSTRA FOTOGRAFICA

MANCANO DUE GIORNI ALLA CHIUSURA DELLA MOSTRA, CHI NON VI FOSSE PASSATO, NON PERDA L' OCCASIONE...



DAL 8 AL 29 AGOSTO
TUTTI I GIORNI DALLE ORE 17.00 ALLE 19.00


RIVAMONTE AGORDINO - TOS EX SCUOLE ELEMENTARI 










LE FOTO SONO DI GIULIANO LAVEDER 

giovedì 26 agosto 2010

La lingua salvata

di giorgio casera

Amici e conoscenti che mi sentono parlare con i miei fratelli ci ascoltano sorpresi, piacevolmente sorpresi, perchè capiscono che parliamo in dialetto, il che non è più tanto frequente, e perchè questo dialetto è tanto antico quanto musicale.
E’ un dialetto di derivazione ladina (siamo molto vicini alle aree ladine dell’Alto Adige), sia pure con mescolanze con il veneto di pianura.
Lo abbiamo imparato negli anni della guerra quando mio padre decise prudentemente di sfollare al paese dei nonni, Voltago, per evitare pericoli per la numerosa famiglia (eravamo nove figli!). Dal 1943 al 1947 i grandi appresero il dialetto e lo affiancarono all’italiano come conoscenze linguistiche, i piccoli semplicemente sostituirono l’italiano col dialetto (con grande rammarico di mia madre, che sospirava “Parlaié cosita ben l’italian”).
E’ interessante notare che quando torniamo al paese qualcuno ci dice: “Ehi, parli come mia nonna”, perchè il nostro linguaggio è rimasto quello degli anni ’40, non si è evoluto rimanendo confinato tra le mura di casa. Al paese, passato da un’economia esclusivamente agro-pastorale ad una basata su turismo e fabbrica (occhialeria), il linguaggio ha subito la conseguente trasformazione.


Alla fine del 1947 ripartimmo dal paese (vedi cartolina di Duilio, che raffigura il centro di Voltago negli anni '40)per raggiungere la sede di lavoro di mio padre, ma a quel punto la nostra lingua di casa era il dialetto, senza eccezioni. L’italiano era la lingua “esterna”. E così è ancora oggi, ma, ahimè, questa isola linguistica avrà la durata della nostra vita: i nostri figli, nati e cresciuti in città non hanno mai avuto lo stimolo per impararlo (e noi non abbiamo insistito troppo). Quando ci sentono parlare un pò ci capiscono, ma sempre con un’aria beffarda (come a dire: matusa anche nel linguaggio).
Quindi questa singolare esperienza alla fine sarà durata una sessantina o settantina d’anni.


Ebrei di Cordova


Mi è venuta in mente la nostra vicenda leggendo su La lingua salvata (appunto!) di Elias Canetti, che i discendenti degli Ebrei di Cordova, ai primi del ‘900 parlavano ancora spagnolo. Gli avi di Elias, dopo la cacciata dalla Spagna, seguita alla Reconquista dei califfati arabi da parte dei re cattolici, si erano rifugiati in Turchia e in seguito (a partire dal nonno di Elias) in Bulgaria. Nella città bulgara, un porto sul Danubio, dove Elias nacque, si parlavano sette lingue, ma la sua (prima) lingua madre fu lo spagnolo.
Se pensiamo che gli Ebrei spagnoli furono espulsi poco dopo il 1400 quell’isola linguistica è durata almeno 500 anni!
Che dire?
Chapeau!

La ferrovia Agordo - Brunico 1927

FERROVIA AGORDO BRUNICO 1927











Nel 1927 i Podestà dei comuni di:
Belluno, Agordo, La Valle, Taibon, Rivamonte, Gosaldo, Voltago, Cencenighe, San Tomaso, Forno di Canale, Falcade, Vallada, Alleghe, Rocca Pietore, Selva, Colle Santa Lucia, Livinallongo, Sospirolo e Sedico, si sono riuniti in Agordo il 25 settembre 1927 per trattare sulla necessità di realizzare il più presto possibile la linea ferroviaria AGORDO-CORVARA-BRUNICO destinata a collegare la Pusteria con la pianura veneta.
Dopo ampia ed esauriente discussione, plaudendo all'iniziativa che fanno propria, i Podestà

DELIBERARONO

1 - Di associarsi all'opera che i comuni della Val Badia stanno realizzando e che al più presto venga fatto un progetto esecutivo della linea AGORDO-BRUNICO, che darà modo di avere elementi di spesa necessari per concretizzare il finanziamento della linea.

2 - Di assumersi la spesa occorrente per lo studio e la compilazione di detto progetto per il tratto CORVARA-AGORDO, spesa che si presume in L. 120.000 ripartita come da unito specchio:
Belluno con 27119 abitanti un contributo di L. 10.000
Sospirolo con 4862 abitanti un contributo di L. 4.000
Sedico con 6772 abitanti un contributo di L. 5.000
Agordo con 3315 abitanti un contributo di L. 9.000
La Valle con 2260 abitanti un contributo di L. 5.000
Taibon con 2457 abitanti un contributo di L. 5.000
RIVAMONTE con 2216 abitanti un contributo di L. 4.000
Gosaldo con 3045 abitanti un contributo di L. 5.000
Voltago con 1478 abitanti un contributo di L. 5.000
(seguono poi gli altri comuni)

3 - Di deliberare subito e trasmettere agli organi competenti la delibera podestarile della spesa che ogni comune deve sostenere.

4 - Di ringraziare il Presidente della Commissione Reale della provincia di essere intervenuto personalmente e per l'aiuto che la provincia intende dare per l'iniziativa contribuendo nelle spese del progetto con L. 10.000.

5 - Di affidare l'incarico dell'esecuzione del progetto all'Ing. Zanderigo di Verona che sta già studiando per incarico dei comuni di Val Badia e di Brunico il tronco Corvara- Brunico.

6 - Di nominare un Comitato esecutivo presieduto dell'Ing. Dal Fabbro, e composto dai Podestà di Agordo, Gosaldo, Alleghe, Livinallongo, Voltago e Forno di Canale, con l'incarico di proseguire le pratiche affinchè sia possibile concretizzare a suo tempo delle proposte atte ad ottenere il finanziamento e la costruzione dell'opera.
Foto archivio G. Laveder Rivamonte nella foto Agordo - inaugurazione ferrovia 11 gennaio 1925


tratto da: BLOG RIVAMONTE AGORDINO di Giuliano Laveder

mercoledì 25 agosto 2010

Ceramica Raku al Rif. Scarpa 28-29/08/10

Ricevo dagli amici del Rif. Scarpa e volentieri pubblico...
Raku
Dimostrazione di ceramica con tecnica raku al rifugio Scarpa-Gurekian


Il giorno 28/08/2010 dalle ore 14.00 e il giorno 29/08/2010 dalle ore 10,00 presso il rifugio Scarpa-Gurekian a cura di Bepi  Di Lazzer sarà eseguita una dimostrazione pratica di tecnica RAKU, termine giapponese che designa la ceramica utilizzata per versare e bere il tè. Questa tecnica è stata  introdotta recentemente nel mondo occidentale. L’effetto decorativo con i riflessi e craquele’ la singolarità del processo, dove l’oggetto è estratto incandescente dal  fuoco , ne fanno una tecnica decisamente emozionante che stravolge il metodo ceramico classico. Per l’occasione saranno costruiti dei fischietti o come meglio conosciuti “CUC” simpatici giocattoli sonori dell’antichità.

Poesia di Gino Pastorello

EL CUCO


Quando un purgno
de tera
Soto la man antica de l’omo
Diventa musica
Vuol dire
Che  nase
Un cuco
E  te ricorda
Un riciamo de amor
Tra i boschi appena tinti
Di primavera

 Per saperne di più.... Tel.0437 67010 rifugioscarpa@libero.it



sabato 21 agosto 2010

I porcini "mat"

Non ho mai visto come quest’anno, da più di venti che frequento Voltago, tanti porcini “mat” (boletus luridus e varietà affini). Come è noto agli appassionati, il luridus è velenoso crudo e commestibile (buono!) cotto, come riportano tutti i sacri testi e come evidenziato in tutte le mostre micologiche. La recente gettata fa seguito ad un luglio caldo e senza precipitazioni (possiamo chiamarlo periodo di preparazione nel sottosuolo) e poi alle prime settimane di agosto fresche e con frequenti piovaschi: la gestazione ideale perché al successivo aumento della temperatura (e alla fase lunare favorevole) si verificasse questa abbondante produzione.


Naturalmente se ne vedono tanti in giro perché i raccoglitori di funghi, ed in particolare i voltaghesi doc, li snobbano. Sarà per il nome poco accattivante, sarà per il colore rossastro del gambo, che lo fa assomigliare al velenoso satanas, sarà per la tradizione, il porcino “mat” finisce quasi esclusivamente vittima di lumache o altri animali.
In questo segue analogo destino dello Steccherino dorato (Hydnum repandum), pur abbondante nel territorio, ugualmente classificato come commestibile, ma per tradizione non raccolto (un compaesano cui avevo mostrato in passato alcuni esemplari mi disse: “Noi non li raccogliamo, perché i nostri vecchi non lo facevano…”
Al destino del luridus citato sopra bisogna associare due eccezioni: una, la raccolta e il consumo da parte di chi non si lascia suggestionare dalle circostanze e si fida della sua testa (e del suo palato); due, quando mangiate in ristorante le pappardelle ai funghi pensate che il condimento sia di porcini reali? Io ne dubito (in ogni caso la qualità non viene compromessa).

venerdì 20 agosto 2010

Le Dolomiti Bellunesi su Rete 4

"Week-End Italia" - da un Parco all'altro.

Grazie all'impegno della Regione Veneto, di Dolomiti Tursismo e del Consorzio Dolomiti, andrà in onda su Rete 4 una puntata del  programma "WEEK-END ITALIA", incentrato sulla Provincia di Belluno. La trasmissione andrà in Onda su Rete 4 a partire dalle ore 10.20 di sabato 21 agosto

I nonni di un tempo (prima, seconda, terza, parte)

Di Cherubino Miana

Son nato a guerra finita, forse nelle mie orecchie son rimasti i rombi degli ultimi aerei americani che ritornavano alle basi dopo aver bombardato la Germania, non tutte le bombe venivano scaricate sul suolo teutonico e quindi immagino che qualche pilota buontempone passando sulle nostre valli si divertisse a scaricarne qualcuna in mezzo ai nostri boschi...così per una bravata, ed io che mangiavo la pappa sul seggiolone fuori all'aperto non gradivo 'sti tuoni specie se mi lasciavano da solo. Il seggiolone era in legno, lo ricordo ancora, tinteggiato con una vernice azzurrina, se volevi lo piegavi in due e cosi ribassato aveva quattro ruote in ferro che ti permettevano di spostarlo senza fatica, sulla destra aveva un pallottoliere in legno con le sfere colorate con colori diversi...servivano per attirare l'attenzione e sviluppare l'intelligenza...io, a detta di mia madre, indicavo sempre la pallina rossa e stropicciando dicevo...iossa...cosa che faceva sorridere mio nonno Raffaele...chiamato dialettalmente da tutti Rafael e che lo faceva venir a sedersi sulla panca vicino a questo nipotino nato in casa sua, su nella camera alta subito sotto la soffitta dove si metteva a seccare il granturco e dove erano ammassate la via crucis in legno che un tempo, erano state poste lungo il viottolo che conduceva alla zona delle apparizioni del 1937. 

Lo ricordo bene questo nonno, serioso con un animo buono, ma che non voleva esternare i suoi sentimenti, fossero di gioia o di tristezza. Crebbi nella casa bianca grande del nonno e cominciai a muovere i primi passi sotto il grande noce che sovrastava l'ampia "cesura" con una ventina di meli di tipo diverso. Quel prato fu la mia prima palestra e un bernoccolo, che ancora mi è rimasto è proprio un ricordo di allora, quando cercando di correre senza esserne capace, con la pipa del nonno in mano, caddi e mi piantai il bocchino proprio lì sulla destra della fronte. Da quel giorno le pipe le lasciai a chi le usava. Nella grande famiglia patriarcale del nonno Rafael c'erano ben nove figli...certo uno lo aveva dovuto lasciare in un cimitero francese, morto per una semplice otite presa dormendo sotto il carretto dei seggiolai accuciato sopra un mazzo di paglia.
Erano rimasti in otto, tre maschi e cinque femmine a riempire quella grande casa dove ferveva una vita contadina intensa, con dieci vacche da latte, un grande fienile per la raccolta della fienagione ed un panorama che dava giù vero Agordo fino al paese posto all'ombra del monte Cielo...La Valle Agordina. Due eventi avevano segnato la vita di questo nonno dall'animo buono: la prima guerra mondiale che lui aveva fatta tuttta, compreso l'ultima battaglia sul Piave e le apparizioni della madonna, su proprio trecento metri sopra casa e nelle quali c'era intruppata una delle sue figlie, quella Elsa dall'animo dolce che per un periodo di tempo s'era portata anche le stimmate. Questi due eventi avevano inciso nel suo animo delle cicatrici che pur passando il tempo non si erano mai del tutto rimarginate. Lui non lo dava a vedere eppure quando, preso dal mio modo curioso di sapere, si abbandonava a questi pensieri mi rivelava il suo tormento interiore mai sopito.

GUERRA

Io ero curioso, specie quando lo vedevo pensieroso e gli chiedevo: Nonno stai pansando alla battaglia del Montello? Lui mi guardava sorpreso, quasi avessi letto il suo pensiero ed allora lentamente...misurando ogni parola iniziava...."Noi eravamo sulla sponda destra del Piave, lì dove ci eravamo attestati dopo il tradimento di Caporetto...io ero alpino...pioveva quei giorni ed il Piave si era fatto grosso....gli Austroungarici erano dall'altra parte e sparavano...sparavano...faceva una pausa come a prendere fiato....durò molti giorni...poi ci dettero l'ordine di un assalto alla baionetta...ed io a chiederli..ma tu hai ucciso qualcuno? La sua fronte si corruciava, un leggero velo di sudore la increspava e lui divantava improvvisamente triste...quando ci ordinarono l'assalto alla baionetta fu un vero macello...ci avevano stordito con delle bevande alcoliche...avevamo tutti paura, si doveva attraversare il Piave proprio lì dove ora c'è un isolotto chiamato l'isola dei morti, camminavamo sui cadaveri nostri e degli austroungarici e gli occhi non vedevano le facce di chi ti si parava davanti....avanti.... avanti.....! continuavano a gridarci per farci passare la paura....quando finì la mia divisa era rossa del sangue di 'sti poveri soldati austriaci, mandati anche loro al macello....lì si fermava ancora una volta.....estraeva dalla tasca dei pantaloni di velluto una corona marron mezzo consumata e diceva.......ora recitiamo sette avemarie e una salve regina per tutti questi morti e la sua voce si incrinava, l'occhio lo vedevi farsi leggermente vitreo e vinta la commozione iniziava...ave maria...


la sua faccia si volgeva verso il grande Cristo ligneo che era rimasto nonostante le scomuniche e gli improperi della curia...unico testimone di una stagione, quella del 1937 che aveva portato emozioni, speranze e dolori nelle famiglie del paese.


LE APPARIZIONI

Era il lontano 1937, le zone non boscate poste sopra il paese, si lassù subito a monte della grande casa bianca, erano di proprietà comunale e servivano per il pascolo estivo delle pecore che ogni famiglia cresceva in numero di tre quattro per la lana, che filata serviva per confezionare maglioni e quant'altro ed anche per gli agnelli che si macellavano per la Pasqua. Le pecore erano portate al pascolo dai ragazzi che la mattina frequentavano la scuola, ma al pomeriggio dovevano collaborare al sostentamento famigliare. Erano sempre cinque sei tra maschi e femmine ed avevano un gregge di circa una ventina di pecore. Risalivano lungo un viottolo, delimitato ai lati da sassi posti alla rinfusa, a mo' di muretto, proprio perchè le pecore non andassero a brucare l'erba nei prati dei vicini, erba così preziosa per la povera economia contadina.
Fu proprio in uno di quei giorni, che mentre badavano le pecore...apparve loro la madonna (vedi nelle note già pubblicate) e fu un dramma....la nostra gente non era preparata e si sa ste cose fanno paura ai curiali perchè, se poi risulta che non è vero, gli rovina il mercato che a loro è così caro e rende anche bene. L'inizio fu soft e molti ecclesiatsici si convinsero che la cosa era attinente alla verità....poi però entrarono in azione i pezzi da novanta della curia e riuscirono a distruggere quelle belle immagini che queste anime candide si portavano dentro. Fu il terrore...la scomunica generalizzata...ed allora essere scomunicati voleva essere additati come degli appestati....mio nonno non lo so esattamente come visse la situazione...ricordo però che lui ci credeva...tutti ci credevano nella famiglia e lontano da far rivoluzioni lui si chiudeva la sera attorno al focolare con figli e nipoti a recitare il rosario. Si doveva essere puntuali, prima il rosario poi il minestrone con la cotica di maiale, fatto bollire per ore sopra la stufa a legna. Non protestò mai contro i curiali, Lui non era un rivoluzionario, era un seggiolaio che aveva girato il mondo, Francia e Italia con il suo carretto, la paglia e la bicicletta dalle gomme piene e lui credeva, ma lasciava che il clero facesse le sue rimostranze ed accettava a testa bassa le vergognose imposizioni di chi Cristo lo usa per gli affari propri. Ancor ora a distanza di anni mi si rivoltano le budella, ma lui no, lasciò che le due figlie scegliessero la vita religiosa e ne ebbe ragione, quelle due ragazze definite, delle ignorantelle, dai burocrati Civili e Curiali, fecero molta strada. La zia Elsa (la veggente) per anni resse prima a Roma e poi a Maratea e Praia a mare le scuole private che andavano dall'asilo alle superiori, mentre la zia Angelica diventò madre generale dell'ordine ed aveva la responsabilità dei conventi sparsi in tutto il mondo sin nella foresta Amazzonica. Fu lei ad acquisire l'ospedale Cristo Re a Roma ed ad assumere i primari e curare tutta l'organizzazione, arrivò ad essere una collaboratrice di papa Woitila quando lo stesso doveva spostarsi all'estero ed aveva bisogno di conoscere il panorama delle case religiose sparse nel mondo. Mio nonno non ebbe la soddisfazione di godere fino alla fine questa rivincita sui curiali locali arrocati nelle farisaiche stanze del loro piccolo potere mercantile...ma fu una rivincita vera di un uomo dolce e dagli occhi tristi e pensosi, innamorato delle sue montagne e profondamente religioso nel senso vero del termine.PARTE SECONDA

Crebbi così, nella grande casa bianca sopra il colle,non c'era strada carrabile che ci arrivasse, ma solo un percorso fatto per le slitte che serviva estate ed inverno per trascinarvi il legnatico o il fieno. La casa non era tutta del nonno era divisa in due, in modo strano in quanto le stanze si intersecavano e le scale in legno erano comuni. In basso la caratteristica rotonda (caminaza) con il grande camino e la catena in ferro, la cucina era grande ma conteneva l'essenziale,sempre fredda per via di quel grande camino che si mangiava tutto il calore e dava su una cantina umida adatta sia per il formaggio che per la stagionatura dei salami. Una porta in legno si apriva su una stanza che da noi veniva chiamata "Stua", era uno stanzone foderato interamente da specchi e dorsi in legno di abete con nell'angolo la classica stube ad arco, dove potevi rifugiarti, tu bambino, per stare caldo ed il nonno per asciugare le ossa indolenzite dall'umidità dei tanti giorni passati nella nebbia quando percorreva le vie del Chianti o dell'Umbria a far sedie. In quella stanza viveva la vera intimità della famiglia in quanto,essendo l'unica riscaldata, tutti ci si precipitavano specie nel periodo invernale. La nonna con la sua ruota da filare aveva un posto specifico con la schiena che si appoggiava alla stube, il nonno ed uno dei figli erano quasi sempre i padroni della parte alta ed io mi ci ficcavo nel mezzo, sentendomi così, nello stesso tempo, coccolato, sicuro e riscaldato prima di affrontare il gelo della stanza da letto, su in alto sotto la soffitta. Quando eravamo tutti la stanza diventava quasi stretta,io mi accocolavo con la testa nel grembo del nonno e come al solito gli chiedevo il racconto di una storia della sua vita. Ma ognuno, anche la sera aveva un compito ben preciso, chi filava, chi lavorava a maglia, chi con passione di leggere riusciva a procurarsi qualche libro nella biblioteca della scuola...e mi ricordo come "Il Conte di Montecristo" fu letto, prima in silenzio, poi ad alta voce da una delle mie zie più appassionate alla letteratura, lasciandoci sbalorditi e tutti a commentare ed a dar ragione al conte ed alla sua implacabile vendetta. Ma l'inverno era anche il tempo in cui il nonno se ne partiva per fare le sedie, generalmente se ne andava l'autunno dopo aver finito lo sfalcio dei prati e la raccolta delle patate...Lui partiva e con lui si portava i figli maschi giovincelli perchè dovevano imparare il mestiere ed aiutarlo.

Era molto malinconico vederli andar via, ma mai vidi mia nonna versare una lacrima, quantomeno mentre gli altri la vedevano, era destino, partivano verso la metà di settembre e tornavano a casa verso la metà di giugno e nonostante quelle lontananze riuscirono a mettere al mondo nove figli. Allora non c'erano cellulari ed il telefono non sapevamo neppure cosa fosse, comunicavano tramite posta, una lettera al mese arrivava, una al mese era la risposta, ricordo che sin da bambino era un'ansia vedere arrivare il postino, guardare la calligrafia dell'indirizzo, con le lettere leggermente piegate a destra e riconoscere la mano del nonno...le sue lettere cominciavano sempre così " Cara Tina noi qui bene, così speriamo sia di voi....continuavano chiedendo notizie delle mucche del maiale, di quando era previsto che venisse ammazzato e si raccomandava sempre della giusta percentuale di sale da mettere nei salami e di struccarli bene, perchè altrimenti maturando e fermentando si faceva al loro inteno il bozzo e diventavano rancidi. La famiglia rimaneva quindi con le sole donne che dovevano assumersi la gestione della stalla e della casa, figli piccoli, mucche e maiale oltre alle numerose pecore. Poi c'era il pollaio al quale era generalmente addetta la nuora, pollaio che garantiva le uova per l'intera famiglia ed il pollo per il brodo esclusivamente per quando uno stava male. Una volta ogni tanto, con il treno fino a Bribano e poi con la corriera mandavano dalle zone del Chianti un recipiente di latta con dentro del miele, cosa che per noi era esclusiva in quanto gli appiari in montagna allora non erano tenuti, salvo che da un personaggio che tutti consideravano strano, ma che a ragion veduta era una persona più intelligente di chi lo prendeva in giro. Nella soffitta aperta al sole ed al vento c'erano le pannocchie di granturco, che raccolte e sfogliate l'autunno venivano raggruppate in mazzi e legate con un rametto flessibile e messe a seccare Era molto bello veder dal di fuori tutti quei mazzi di pannocchie gialle che si seccavano al sole di ottobre, poi l'inverno, nelle lunghe serate, quando il buio ci faceva rinchiudere in casa già verso le cinque pomeridiane, noi ragazzi assieme alle donne le dovevamo sgranare su un attrezzo fatto con un ferro piatto incurvato.

Le altre stanze non erano mai riscaldate e le finestre a vetro unico lasciavano passare gli spifferi del vento che ti facevano muovere persino le lenzuola, l'inverno, quando il gelo e l'umidità prendevano il sopravvento, i muri interni delle stanze, imbiancati con la calce, cominciavano a brillare di tanti cristallini che sembravano diamanti, era la brina che formava il fiato caldo che emanavano le persone che dormivano nella stanza, cristalli variegati con disegni particolari coprivano i vetri della stanza e tu non potevi neppur vederci più fuori tale era lo spessore del ghiaccio che si accumulava. Su un letto di legno c'era un materasso fatto di una stoffa universale a righe bianche e marron, come un sacco, riempito con le foglie secche del granturco, quando ti giravi era tutto uno scricchiolio di foglie ed ora mi vien da sorridere pensando quale fosse il canto del materasso quando gli sposi facevano l'amore, o la cosa era romantica oppure era un trauma. Le lenzuola erano fatte di un tessuto grosso di canapa, ruvido che ti grattava la pelle e sopra una coperta a trapunta con la lana delle pecore nostrane doveva bastare. Ricordo ancor ora quelle lenzuola, anche perchè la loro fatturazione proveniva da canapa che ogni famiglia si coltivava, che veniva seccata, sfibrata e successivamente portata con grosse gerle in quel di Rivamonte a circa cinque chilometri dove esisteva l'unico telaio di tessitura delle balle di canapa. Ti restituivano quel tessuto grossolano, ruvido con il quale prima si confezionavano lenzuola e tavaglie e con i resti piuù piccoli, gli asciugamani. Il freddo, dicevano per consolarti, che ti faceva crescere sano, in effetti mai mi ricordo di un raffreddore, neppure durante gli inverni più rigidi, solo che al mattino, cercavi di metterti le calze stando sotto le coperte e magari anche il maglione, così almeno riuscivi a temprarti. Gli inverni erano sempre molto duri, ma le persone in famiglia così numerose ti davano allegria e c'era sempre qualcuno che badava anche a te che eri piccolo. Poi, con la primavera, le zie ti portavano, appena la neve lasciava scoperti i grandi massi caduti un tempo dalla montagna, a veder nascere i primi boccioli delle viole e poi pian piano lo spuntare tra gli spessori di neve più sottile i primi bucaneve. Sapevi allora che la stagione si stava mettendo per il meglio e che il nonno a mesi sarebbe ritornato. Non aveva grosse valigie, anche perchè doveva caricare il tutto sulla bicicletta, ma al suo ritorno e lo faceva per me che sapeva che lo stavo aspettando sulla strada principale, si divertiva a prendere dei viottoli secondari in modo da lasciarmi sorpreso. Era sorridente il giorno del suo arrivo, generalmente si lasciava crescere i baffi nel periodo invernale, non lunghi s'intende, erano baffi che sentivi pungere quando ti prendeva in braccio per darti un bacio sulle guancie. Poi dal giorno dopo il rasoio provvedeva a togliere il tutto e lui tornava il nonno di sempre. I primi giorni dopo il suo ritorno era un'ispezionare tutte le zone dove c'erano animali, il controllare mucche e pecore, sempre con la sua mano nella mia ed in quei giorni parlava, controllava e parlava, parlava tra se, ma si rivolgeva a me come io capissi cosa intendeva dire, poi verso le tre del pomeriggio si sedeva sulla panca fuori casa dove si vedeva la catena di montagne

verso La Valle Agordina, mi faceva sedere sul suo ginocchio sinistro, sulle morbide braghe di velluto ed accarezzandomi i ricci mi faceva delle domande trabocchetto....come si divertiva vedermi interdetto ai suoi scherzosi discorsi. Ma poi i suoi pensieri ritornavano alle zone dove aveva trascorso l'inverno ed allora cominciava a raccontare....


Quarta parte.. http://agneredintorni.blogspot.it/2010/12/i-nonni-dun-tempo-quarta-parte.html


martedì 17 agosto 2010

Inaugurazione sentiero Troi delle Berte 18/08/2010

Il giorno 18/08/2010 alle ore 18.00 verrà inaugurato il Sentiero tematico sulle leggende e la storia di Voltago 











El Troi de le berte / il Sentiero dei racconti


Dopo la mostra “a cielo aperto” allestita nell’estate 2006 nel centro storico del paese e dopo il libro pubblicato l’anno successivo, ora l'Union dei Ladin de Oltach ha completato il progetto “ Na olta Oltach. Sant, siori e s-cione de n paes” con un percorso tematico permanente allestito lungo la strada silvo-pastorale, in località Anter le Vai, a monte dell’abitato di via Struz. 
Dopo aver ripulito per bene la carrareccia dalla ramaglia, le pietre e tutti i detriti accumulatisi in anni e anni di incuria (ringraziamo tutti i volontari che hanno aiutato nella pulitura e nell'allestimento del percorso) la strada, denominata ora “Troi de le berte” è stato allestita, lungo il suo sviluppo, con dieci edicole in legno entro cui sono narrati, con testi nella variante ladina locale e in italiano – corredati da illustrazioni ed immagini fotografiche – altrettanti racconti recuperati dalla storia e dalla tradizione orale paesana e finalmente ora “ immortalati” nel tempo. 
Dopo la grande teca introduttiva d’ingresso il visitatore che sale la mulattiera viene accolto dal Mazarol che lo accompagna nel bosco per condurlo dall’Om Salvarech e dalle Donaze, 
dal Barba Zucon e da San Martino. E da qui, con un salto nella storia, si possono incontrare i signorotti del vecchio castello medievale e San Lucano – il “vescovo delle Dolomiti”– accompagnato dalla sua fedele Beata Vazza, oppure, più a ritroso nel tempo, ci si imbatte nella storia dei patroni del paese, San Vittore e Santa Corona. Conclude il sentiero l’episodio delle apparizioni mariane accadute del 1937. 
L'idea del Troi de le berte non è nata solamente con l'intento di sviluppare il tema della storia, reale o fantastica, legata ai racconti paesani tramandati oralmente, ma anche per recuperare un angolo caratteristico, ma ormai dimenticato, di Voltago in maniera da renderlo ancora fruibile e frequentabile da tutti.




Il sentiero verrà inaugurato mercoledì 18 agosto alle 18.00 (il giorno seguente, giovedì 19, in caso di cattivo tempo). 
Alla manifestazione interverranno il Gruppo folk “I Ladin del Pói che bala” e il gruppo in costume “Betin buli” (La Valle Agordina) che rallegreranno la serata con balli e canti popolari.



Come anticipato, anche se il meteo per l'ennesima volta sembrava non promettere nulla di buono,  l'inaugurazione del  Troi delle Berte si è regolarmente tenuta, alla presenza delle autorità locali. Cosi, tra canti, balli e le spettacolari coreografie dei Ladin del Pòi che bala e i Betin Buli di la Valle Agordina, si è vissuto un piacevole ed interessante spaccato di folclore e tradizioni locali, con notevole partecipazione anche da parte dei turisti presenti in zona.


 Ecco alcune foto della manifestazione, realizzate da Dilio Da Campo  


(si ricorda che per visualizzare le foto in maniera estesa basta cliccarvi sopra)









Posizionamento targa Cuore delle Dolomiti

Dopo aver consegnato al Sindaco di Voltago Agordino,  Bruno Zanvit, la targa in occasione della festa tenutasi Digoman il 18/07/2010.



Successivamente, una volta espletate tutte le formalità, il giorno 12/08/2010 abbiamo provveduto al posizionamento della targa, nel luogo prestabilito.






Ora il cuore delle Dolomiti batte a Digoman....

Passeggiata al chiaro di luna 24/08/10

                                               foto di Giulio Fecchio


Il rifugio E. Scarpa con il patrocinio del Centro Studi Riviera del Brenta e la collaborazione dell’associazione Rerum Natura, organizza per il giorno 24 Agosto una passeggiata al chiar di Luna.
La passeggiata inizierà alle ore 17.30 con partenza dalla seggiovia di Frassenè Agordino per arrivare al rifugio Scarpa e sarà  guidata dal geologo Igino Pariossenti.
Ma cosa osservare?
Da subito si potranno vedere le  pareti  dolomitiche del monte Agner e della Croda Grande.  Lo spettacolo  di  esaltazioni cromatiche  del tramonto , il gioco di luci  e ombre tra le pareti
frastagliate e corrugate delle cime, esalteranno le bizzarre morfologie che  caratterizzano le Dolomiti.
Uniche nel loro splendore,   le Dolomiti si  stagliano verso l'alto dai densi boschi delle vallate sottostanti, e  ammirandole dal basso,  si potranno godere di splendidi panorami  e comprendere   la storia che ci raccontano. Una storia iniziata centinaia di milioni di anni
fa, per molto celata negli strati rocciosi della crosta terrestre ed ora rocce  aperte come libri  che ci  raccontano la storia dei mari tropicali nei quali si  sono formate come barriere coralline.
L'osservazione dei principali caratteri strutturali e morfologici sarà occasione di approfondimenti e curiosità sulla  loro genesi.
L’arrivo al rifugio è previsto per le 19.00 circa.
Al rifugio , ci  sarà la possibilità di cenare.
Alle ore 22.00  si riprenderà il cammino per  tornare a Frassenè  sempre accompagnati dal geologo Igino Parissenti e  dall’ astrofilo Alessandro Dario Vianello che illustrerà il cielo quando i nostri
occhi si saranno abituati al crepuscolo e il cielo si mostrerà  in tutto il suo  splendore.
Guardando verso Nord, la costellazione dell’ Orsa Maggiore ci  indicherà quella del Piccolo Carro. Individueremo così la stella Polare e le  costellazioni circumpolari: Drago, Cefeo, Cassiopea.
La Via Lattea divide il  cielo circa a metà da Nord a Sud ospitando nel suo alveo lattescente altre
belle costellazioni: il Cigno, l’Aquila, lo scudo e il Sagittario. Quasi allo  Zenit, la brillante stella Vega nella costellazione della Lira forma con Deneb  nel Cigno e Altair nell’Aquila il cosidetto triangolo estivo.
Nel frattempo  saranno sorti ad Est la Luna al plenilunio seguita a breve distanza dal  luminosissimo pianeta Giove. Guardandoci intorno, con riflessi argentei l’Agner e le crode circostanti si staglieranno contro lo sfondo nero del cielo mentre  nelle radure più aperte la luce lunare basterà a mostrarci il cammino.
Nel     fitto bosco dovremmo forse aiutarci con le torce elettriche.
I rumori letargici del   bosco ci inviteranno ad usare la fantasia per riempirlo di storie irreali e
tutto ci sembrerò un “sogno di una notte di mezza estate”.
Il ritorno a Frassenè Agordino   è previsto per le ore 23.30.
E’ consigliato un abbigliamento adeguato e una torcia elettrica.
Per problemi  organizzativi è consigliata la prenotazione.
Il rifugio Scarpa  è  raggiungibile  a piedi oppure con la  seggiovia
Per informazioni  e  prenotazioni:

Rifugio E. Scarpa - O. Gurekian  - Frassenè Agordino - Belluno
telefono: 0437.67.010           Cell. 3484935967
 e-mail:  rifugioscarpa@libero.it

Report.. Popi Sot l'Agner 2010

In una settimana,  dove non è mancato giorno che il cielo scaricasse acqua in quantità.
L'unica giornata veramente in veste estiva è stata mercoledì 11/08, questo ha permesso lo svolgimento di Popi sot l'Agner 2010 nel migliore dei modi..




Ecco alcune foto della giornata


                                        
                                      
  ore 5.30 la giornata è iniziata cosi....




equilibrismi



bolle giganti



monociclo



giocoliere

                                      


deltaplano in partenza da rif. Scarpa




simpatici incontri a 4 zampe nei pressi del rif. Scarpa

                                      


agnellini con il ciuccio


maialini da corsa in montagna