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"AUTUNNO" foto di Attilio Pietrogiovanna

AGNER e DINTORNI , vuole essere uno spazio a disposizione di abitanti e frequentatori di questi luoghi.
Ovviamente questo vale anche per associazioni, amministratori locali e per tutti coloro abbiano da proporre tematiche inerenti l'Agordino.
E sopratutto vogliano promuovere tante lodevoli iniziative spesso note ai soli abitanti del paese in cui si svolgono!

Inviateci tramite e-mail il programma di quanto organizzate, con molto piacere, sarà inserito quanto prima su Agner & Dintorni..


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lunedì 20 dicembre 2010

I NONNI D'UN TEMPO (5 PUNTATA)


di CHERUBINO MIANA



.....le stagioni ritmavano il tempo, era il susseguirsi calmo, anche se pieno di stenti dello scandire delle giornate, dei mesi ed ogni cosa era gia stabilita, prevista. Non c'erano i bollettini meteo, la venuta della prima neve la dovevi sentire nell'aria, con quell'olfatto allenato che solo gli animali che ancora vivono liberi son riesciti a mantenere, alzavano gli occhi al cielo i nonni, guardavano con attenzione il correre più o meno veloce delle nuvole;




se il vento alto le portava a sud-ovest il tempo si manteneva sul bello, se invece si muovevano nel verso opposto stava arrivando la pioggia o la neve a seconda delle temperature, ma anche il freddo o il caldo non si misurava con i termometri, barometri o artifici vari. Qualcuno aveva una minuscola casettina colorata di provenienza tirolese, la casetta aveva due porticine e due pupazzetti in legno, probabilmente ancorati ad un cordino sottile, uscivano chi da l'una chi dall'altra delle porticine, se usciva l'uomo vecchio il buon tempo era assicurato, se usciva la donna vecchia era previsto maltempo, anche su queste casette come si può notare la donna non portava buono, povere donne, povere nonne, tenute quasi a servizio di mariti di solito piuttosto bruschi.




Se non si aveva la possibilità di comprarsi questo piccolo segnatempo ognuno poteva farselo con un ramo di abete bianco o di "lavedin" che probabilmente è la stessa cosa, doveva avere questo marchingeno un pezzo di tronco con attaccato un rametto scortecciato, messo a seccare e poi inchiodato su una tavola, il ramo verso l'alto segnava il buon tempo, il ramo abbassato indicava che il tempo sarebbe cambiato in peggio, le previsioni si facevano così ed ogni casa all'esterno della porta d'ingresso aveva la sua stazione meteo personalizzata. Tutto si annusava, l'odore dell'erba tagliata la sera d'estate ti profumava l'aria se passavi sul prato sfalciato di fresco,




il fieno portato nel fienile che "broava" nel suo calore aveva l'insieme dell'odore dei fiori dei prati e delle erbe miste più diverse, era lì, quando il fieno umido e caldo cominciava a fermentare che si stendevano i nonni per curare un mal di schiena, un'artrosi magari dovuta ai freddi inverni o alla troppa fatica nel portare carichi sin da giovani. Si facevano una buca e si immergevano dentro e lì si fermavano a dormire la notte, specie quando il fieno proveniva dalle parti alte della montagna, Malga Luna, lassù sopra Forcella Aurine, con la sua erba bassa mescolata ai fiori d'arnica e qualche nigritella profumatissima. Poi al mattino uscivano stavano meglio così dicevano loro e forse era vero, li annusavi ed il sudore della notte profumava d'arnica e di nigritella. Poi arrivava l'autunno, lo vedevi dai cieli più azzurri e da quella brezza che il mattino ti risvegliava da subito. L'autunno portava con se la raccolta delle mele, delle pere e delle susine selvatiche, le noci, nonchè delle preziose mele cotogne che s'usavano per le marmellate e per profumare camicie e lenzuola. Ogni frutto il suo odore ed era naturale odorarli per sentirne la fragranza, mantre ancora vivi li coglievi e la linfa rifluiva dai piccioli appena staccati, ne guardavi il colore, ne miravi la purezza di frutti non trattati da alcuna sostanza chimica. Con il maturare della frutta si avvicinavano anche le cornacchie, quelle grosse cornacchie che durante l'estate campavano nei boschi e la sera le vedevi nascondersi tra i rami dei grossi abeti. Le cornacchie, miravano alle noci, giravano in tondo sopra le grandi piante di noci, in ispezione, poi quando ne avevano scoperta qualcuna con il mallo che stava per aprirsi si buttavano in picchiata e con il becco aperto staccavano la grossa noce e se ne volavano via sui rami dell'abete più vicino. I gracchi dal becco giallo no, quelli erano timorosi, solo in questi ultimi anni li vedi arrivare in massa a pasteggiare con le mele lasciate marcire sugli alberi, da montanari ormai troppo sazi. Più in là alla raccolta del granturco ed al suo deposito nelle soffitte aperte erano i passeri che ne approffittavano, grossi passeri grigi che si nascondevano vicino alle case, arrivavano a frotte, prima uno ed a seguire tutto l'esercito, si beccavano mentre staccavano i granelli ed allora sguaiatamente cinguettavano ed i nonni venivano avvisati che i predatori erano in arrivo...era il agtto grigio che doveva provvedere al compito, il gatto che la sera si appogiava sopra i tuoi piedi in fondo al letto era si una animale domestico, ma il suo compito si svolgeva durante l'anno alla caccia di topi e passeracei invadenti, solo dopo aver provveduto a questo compito lo lasciavano entrare nelle cucine ed accocolarsi vicino alla stube o ricercare qualche scorza di formaggio sotto la tavola dei nonni....con i morti sapevi che la neve sarebbe stata puntuale...lo dovevi sapere perchè i crisantemi dell'orto li dovevi cogliere e portare sulle tombe qualche giorno prima, perchè con la neve sarebbe arrivato il gelo e l'orto sarebbe appassito con i suoi fiori...solo i cavoli, ed i porri, resistevano imperterriti......le cipolle erano ormai raccolte e messe a seccare in lunghe trecce, così l'aglio, mentre nella cantina dove non gelava venivano appese le patate delle dalie, divise per colore del fiore in modo da non far confusione la primavera successiva....la prima neve...la pestavi nel cimitero che era ancora intorno alla chiesa..il giorno dei santi e dei morti e quelli successivi ....all'inizio era solo una coperta bianca che metteva a riposo la natura, poi però si scatenava e tanta e tanta veniva a coprire e far intendere che i lavori nei prati e nei campi erano finiti...era l'ora del maiale...delle costicine sotto strutto...del sangue rappreso cucinato con le cipolle...finchè arrivava il natale...e lì i nonni cominciavano a raccontarti una ventina di giorni prima la storia dell'albero è sì perchè ogni cosa un tempo aveva una storia umana, ma che sul concludersi mirava sempre a qualcoa di soprannaturale e tu bambino volevi riascoltarla ogni anno la storia dell'albero, anche se la conoscevi a memoria...ed era la nonna o la bisnonna che ti prendeva in braccio e cominciava...







in una fredda notte di Natale un povero boscaiolo stava ritornando a casa percorrendo i sentieri del bosco, improvvisamente si fermò, incantato da uno spettacolo meraviglioso: tantissime stelle brillavano attraverso i rami di un abete pieno di neve. Per spiegare alla moglie e alla sua famiglia quello che aveva visto, il boscaiolo tagliò un piccolo abete, lo portò a casa e lo decorò con candele e festoni vari; e mentre la nonna cominciava a raccontare vedevi il nonno prendere la roncola ed avviarsi verso il bosco pestando la neve e tornare dopo un po' con un piccolo alberello d'abete tagliato dove erano troppo numerosi e quindi per dar loro spazio...lo metteva in un grosso vaso riempito di terra poi la nonna diceva una preghiera per ringraziare, la terra che ci aveva dato ancora una volta i suoi frutti ed il cielo che attraverso la terra ci aveva nutrito ed aveva nutrito quell'albero con le sue radici ben piantate, apriva lentamente il cassetto e tirava fuori quello che la natura ci aveva dato, le mele rosse, le noci e nocciole avvolte in carte colorate, qualche fiore di carta o qualche erica che era fiorita in anticipo, lassù sopra il colle dove il vento non riusciva a far gelare l'aria. Non c'erano lumini, non stelle, solo la notte di natale il nonno accendeva la sua vecchia lampada a carburo che gli era servita al tempo che lavorava nelle gallerie con i tedeschi della TOT, l'accendeva e l'odore acro del carburo ti entrava nelle narici, poi il sibilo della fiamma...spegnevano la luce ed attendevano il suono della mezzanotte provenire dal campanile della chiesa di Agordo. Tu eri lì bambino che guardavi entusiasta ste piccole cose, vivevi nella fiaba, con la bisnonna vestita di nero, scalza e con un fazzoletto in testa, la nonna con i cappelli raccolti e la riga in mezzo,i suoi occhi dolci




ed il suo sorriso erano rassicuranti, mentre il nonno quella sera oltre che fumarsi un po' la pipa,




si permetteva una masticata di tabacco crudo ad insaporire la sua bocca ed a macchiare di scuro i suoi baffi ed il suo pizzetto ormai bianco...una canzone a mezzanotte dalla voce della nonna con la bisnonna, con quelle sue mani scarne e quel volto di gitana




che l'accompagnava con un tono diverso, la canzone del natale a due voci....senza musica, ne violini ne arpe...ma tu eri stanco ed il sonno ti avvolgeva... eeee..




...non serviva la musica perchè la raccoglievi nel sonno dei giusti....erano i miei nonni, era natale, fra qualche giorno sarà di nuovo natale e con lui penserò ancora una volta loro e voi cari amici ascoltando ora si una musica che viene da un vecchio carillon...che mi regalarono gli ultimi anni di vita portato da qualcuno emigrato in Svizzera, al suono di questa musica accenderò una candela...non la vecchia lampada ormai saziata dal carburo d'un tempo, basterà una candela per ritrovarmi con loro e con voi tutti, buon natale......

Le puntate precedenti le potete leggere cliccando QUI

venerdì 20 agosto 2010

I nonni di un tempo (prima, seconda, terza, parte)

Di Cherubino Miana

Son nato a guerra finita, forse nelle mie orecchie son rimasti i rombi degli ultimi aerei americani che ritornavano alle basi dopo aver bombardato la Germania, non tutte le bombe venivano scaricate sul suolo teutonico e quindi immagino che qualche pilota buontempone passando sulle nostre valli si divertisse a scaricarne qualcuna in mezzo ai nostri boschi...così per una bravata, ed io che mangiavo la pappa sul seggiolone fuori all'aperto non gradivo 'sti tuoni specie se mi lasciavano da solo. Il seggiolone era in legno, lo ricordo ancora, tinteggiato con una vernice azzurrina, se volevi lo piegavi in due e cosi ribassato aveva quattro ruote in ferro che ti permettevano di spostarlo senza fatica, sulla destra aveva un pallottoliere in legno con le sfere colorate con colori diversi...servivano per attirare l'attenzione e sviluppare l'intelligenza...io, a detta di mia madre, indicavo sempre la pallina rossa e stropicciando dicevo...iossa...cosa che faceva sorridere mio nonno Raffaele...chiamato dialettalmente da tutti Rafael e che lo faceva venir a sedersi sulla panca vicino a questo nipotino nato in casa sua, su nella camera alta subito sotto la soffitta dove si metteva a seccare il granturco e dove erano ammassate la via crucis in legno che un tempo, erano state poste lungo il viottolo che conduceva alla zona delle apparizioni del 1937. 

Lo ricordo bene questo nonno, serioso con un animo buono, ma che non voleva esternare i suoi sentimenti, fossero di gioia o di tristezza. Crebbi nella casa bianca grande del nonno e cominciai a muovere i primi passi sotto il grande noce che sovrastava l'ampia "cesura" con una ventina di meli di tipo diverso. Quel prato fu la mia prima palestra e un bernoccolo, che ancora mi è rimasto è proprio un ricordo di allora, quando cercando di correre senza esserne capace, con la pipa del nonno in mano, caddi e mi piantai il bocchino proprio lì sulla destra della fronte. Da quel giorno le pipe le lasciai a chi le usava. Nella grande famiglia patriarcale del nonno Rafael c'erano ben nove figli...certo uno lo aveva dovuto lasciare in un cimitero francese, morto per una semplice otite presa dormendo sotto il carretto dei seggiolai accuciato sopra un mazzo di paglia.
Erano rimasti in otto, tre maschi e cinque femmine a riempire quella grande casa dove ferveva una vita contadina intensa, con dieci vacche da latte, un grande fienile per la raccolta della fienagione ed un panorama che dava giù vero Agordo fino al paese posto all'ombra del monte Cielo...La Valle Agordina. Due eventi avevano segnato la vita di questo nonno dall'animo buono: la prima guerra mondiale che lui aveva fatta tuttta, compreso l'ultima battaglia sul Piave e le apparizioni della madonna, su proprio trecento metri sopra casa e nelle quali c'era intruppata una delle sue figlie, quella Elsa dall'animo dolce che per un periodo di tempo s'era portata anche le stimmate. Questi due eventi avevano inciso nel suo animo delle cicatrici che pur passando il tempo non si erano mai del tutto rimarginate. Lui non lo dava a vedere eppure quando, preso dal mio modo curioso di sapere, si abbandonava a questi pensieri mi rivelava il suo tormento interiore mai sopito.

GUERRA

Io ero curioso, specie quando lo vedevo pensieroso e gli chiedevo: Nonno stai pansando alla battaglia del Montello? Lui mi guardava sorpreso, quasi avessi letto il suo pensiero ed allora lentamente...misurando ogni parola iniziava...."Noi eravamo sulla sponda destra del Piave, lì dove ci eravamo attestati dopo il tradimento di Caporetto...io ero alpino...pioveva quei giorni ed il Piave si era fatto grosso....gli Austroungarici erano dall'altra parte e sparavano...sparavano...faceva una pausa come a prendere fiato....durò molti giorni...poi ci dettero l'ordine di un assalto alla baionetta...ed io a chiederli..ma tu hai ucciso qualcuno? La sua fronte si corruciava, un leggero velo di sudore la increspava e lui divantava improvvisamente triste...quando ci ordinarono l'assalto alla baionetta fu un vero macello...ci avevano stordito con delle bevande alcoliche...avevamo tutti paura, si doveva attraversare il Piave proprio lì dove ora c'è un isolotto chiamato l'isola dei morti, camminavamo sui cadaveri nostri e degli austroungarici e gli occhi non vedevano le facce di chi ti si parava davanti....avanti.... avanti.....! continuavano a gridarci per farci passare la paura....quando finì la mia divisa era rossa del sangue di 'sti poveri soldati austriaci, mandati anche loro al macello....lì si fermava ancora una volta.....estraeva dalla tasca dei pantaloni di velluto una corona marron mezzo consumata e diceva.......ora recitiamo sette avemarie e una salve regina per tutti questi morti e la sua voce si incrinava, l'occhio lo vedevi farsi leggermente vitreo e vinta la commozione iniziava...ave maria...


la sua faccia si volgeva verso il grande Cristo ligneo che era rimasto nonostante le scomuniche e gli improperi della curia...unico testimone di una stagione, quella del 1937 che aveva portato emozioni, speranze e dolori nelle famiglie del paese.


LE APPARIZIONI

Era il lontano 1937, le zone non boscate poste sopra il paese, si lassù subito a monte della grande casa bianca, erano di proprietà comunale e servivano per il pascolo estivo delle pecore che ogni famiglia cresceva in numero di tre quattro per la lana, che filata serviva per confezionare maglioni e quant'altro ed anche per gli agnelli che si macellavano per la Pasqua. Le pecore erano portate al pascolo dai ragazzi che la mattina frequentavano la scuola, ma al pomeriggio dovevano collaborare al sostentamento famigliare. Erano sempre cinque sei tra maschi e femmine ed avevano un gregge di circa una ventina di pecore. Risalivano lungo un viottolo, delimitato ai lati da sassi posti alla rinfusa, a mo' di muretto, proprio perchè le pecore non andassero a brucare l'erba nei prati dei vicini, erba così preziosa per la povera economia contadina.
Fu proprio in uno di quei giorni, che mentre badavano le pecore...apparve loro la madonna (vedi nelle note già pubblicate) e fu un dramma....la nostra gente non era preparata e si sa ste cose fanno paura ai curiali perchè, se poi risulta che non è vero, gli rovina il mercato che a loro è così caro e rende anche bene. L'inizio fu soft e molti ecclesiatsici si convinsero che la cosa era attinente alla verità....poi però entrarono in azione i pezzi da novanta della curia e riuscirono a distruggere quelle belle immagini che queste anime candide si portavano dentro. Fu il terrore...la scomunica generalizzata...ed allora essere scomunicati voleva essere additati come degli appestati....mio nonno non lo so esattamente come visse la situazione...ricordo però che lui ci credeva...tutti ci credevano nella famiglia e lontano da far rivoluzioni lui si chiudeva la sera attorno al focolare con figli e nipoti a recitare il rosario. Si doveva essere puntuali, prima il rosario poi il minestrone con la cotica di maiale, fatto bollire per ore sopra la stufa a legna. Non protestò mai contro i curiali, Lui non era un rivoluzionario, era un seggiolaio che aveva girato il mondo, Francia e Italia con il suo carretto, la paglia e la bicicletta dalle gomme piene e lui credeva, ma lasciava che il clero facesse le sue rimostranze ed accettava a testa bassa le vergognose imposizioni di chi Cristo lo usa per gli affari propri. Ancor ora a distanza di anni mi si rivoltano le budella, ma lui no, lasciò che le due figlie scegliessero la vita religiosa e ne ebbe ragione, quelle due ragazze definite, delle ignorantelle, dai burocrati Civili e Curiali, fecero molta strada. La zia Elsa (la veggente) per anni resse prima a Roma e poi a Maratea e Praia a mare le scuole private che andavano dall'asilo alle superiori, mentre la zia Angelica diventò madre generale dell'ordine ed aveva la responsabilità dei conventi sparsi in tutto il mondo sin nella foresta Amazzonica. Fu lei ad acquisire l'ospedale Cristo Re a Roma ed ad assumere i primari e curare tutta l'organizzazione, arrivò ad essere una collaboratrice di papa Woitila quando lo stesso doveva spostarsi all'estero ed aveva bisogno di conoscere il panorama delle case religiose sparse nel mondo. Mio nonno non ebbe la soddisfazione di godere fino alla fine questa rivincita sui curiali locali arrocati nelle farisaiche stanze del loro piccolo potere mercantile...ma fu una rivincita vera di un uomo dolce e dagli occhi tristi e pensosi, innamorato delle sue montagne e profondamente religioso nel senso vero del termine.PARTE SECONDA

Crebbi così, nella grande casa bianca sopra il colle,non c'era strada carrabile che ci arrivasse, ma solo un percorso fatto per le slitte che serviva estate ed inverno per trascinarvi il legnatico o il fieno. La casa non era tutta del nonno era divisa in due, in modo strano in quanto le stanze si intersecavano e le scale in legno erano comuni. In basso la caratteristica rotonda (caminaza) con il grande camino e la catena in ferro, la cucina era grande ma conteneva l'essenziale,sempre fredda per via di quel grande camino che si mangiava tutto il calore e dava su una cantina umida adatta sia per il formaggio che per la stagionatura dei salami. Una porta in legno si apriva su una stanza che da noi veniva chiamata "Stua", era uno stanzone foderato interamente da specchi e dorsi in legno di abete con nell'angolo la classica stube ad arco, dove potevi rifugiarti, tu bambino, per stare caldo ed il nonno per asciugare le ossa indolenzite dall'umidità dei tanti giorni passati nella nebbia quando percorreva le vie del Chianti o dell'Umbria a far sedie. In quella stanza viveva la vera intimità della famiglia in quanto,essendo l'unica riscaldata, tutti ci si precipitavano specie nel periodo invernale. La nonna con la sua ruota da filare aveva un posto specifico con la schiena che si appoggiava alla stube, il nonno ed uno dei figli erano quasi sempre i padroni della parte alta ed io mi ci ficcavo nel mezzo, sentendomi così, nello stesso tempo, coccolato, sicuro e riscaldato prima di affrontare il gelo della stanza da letto, su in alto sotto la soffitta. Quando eravamo tutti la stanza diventava quasi stretta,io mi accocolavo con la testa nel grembo del nonno e come al solito gli chiedevo il racconto di una storia della sua vita. Ma ognuno, anche la sera aveva un compito ben preciso, chi filava, chi lavorava a maglia, chi con passione di leggere riusciva a procurarsi qualche libro nella biblioteca della scuola...e mi ricordo come "Il Conte di Montecristo" fu letto, prima in silenzio, poi ad alta voce da una delle mie zie più appassionate alla letteratura, lasciandoci sbalorditi e tutti a commentare ed a dar ragione al conte ed alla sua implacabile vendetta. Ma l'inverno era anche il tempo in cui il nonno se ne partiva per fare le sedie, generalmente se ne andava l'autunno dopo aver finito lo sfalcio dei prati e la raccolta delle patate...Lui partiva e con lui si portava i figli maschi giovincelli perchè dovevano imparare il mestiere ed aiutarlo.

Era molto malinconico vederli andar via, ma mai vidi mia nonna versare una lacrima, quantomeno mentre gli altri la vedevano, era destino, partivano verso la metà di settembre e tornavano a casa verso la metà di giugno e nonostante quelle lontananze riuscirono a mettere al mondo nove figli. Allora non c'erano cellulari ed il telefono non sapevamo neppure cosa fosse, comunicavano tramite posta, una lettera al mese arrivava, una al mese era la risposta, ricordo che sin da bambino era un'ansia vedere arrivare il postino, guardare la calligrafia dell'indirizzo, con le lettere leggermente piegate a destra e riconoscere la mano del nonno...le sue lettere cominciavano sempre così " Cara Tina noi qui bene, così speriamo sia di voi....continuavano chiedendo notizie delle mucche del maiale, di quando era previsto che venisse ammazzato e si raccomandava sempre della giusta percentuale di sale da mettere nei salami e di struccarli bene, perchè altrimenti maturando e fermentando si faceva al loro inteno il bozzo e diventavano rancidi. La famiglia rimaneva quindi con le sole donne che dovevano assumersi la gestione della stalla e della casa, figli piccoli, mucche e maiale oltre alle numerose pecore. Poi c'era il pollaio al quale era generalmente addetta la nuora, pollaio che garantiva le uova per l'intera famiglia ed il pollo per il brodo esclusivamente per quando uno stava male. Una volta ogni tanto, con il treno fino a Bribano e poi con la corriera mandavano dalle zone del Chianti un recipiente di latta con dentro del miele, cosa che per noi era esclusiva in quanto gli appiari in montagna allora non erano tenuti, salvo che da un personaggio che tutti consideravano strano, ma che a ragion veduta era una persona più intelligente di chi lo prendeva in giro. Nella soffitta aperta al sole ed al vento c'erano le pannocchie di granturco, che raccolte e sfogliate l'autunno venivano raggruppate in mazzi e legate con un rametto flessibile e messe a seccare Era molto bello veder dal di fuori tutti quei mazzi di pannocchie gialle che si seccavano al sole di ottobre, poi l'inverno, nelle lunghe serate, quando il buio ci faceva rinchiudere in casa già verso le cinque pomeridiane, noi ragazzi assieme alle donne le dovevamo sgranare su un attrezzo fatto con un ferro piatto incurvato.

Le altre stanze non erano mai riscaldate e le finestre a vetro unico lasciavano passare gli spifferi del vento che ti facevano muovere persino le lenzuola, l'inverno, quando il gelo e l'umidità prendevano il sopravvento, i muri interni delle stanze, imbiancati con la calce, cominciavano a brillare di tanti cristallini che sembravano diamanti, era la brina che formava il fiato caldo che emanavano le persone che dormivano nella stanza, cristalli variegati con disegni particolari coprivano i vetri della stanza e tu non potevi neppur vederci più fuori tale era lo spessore del ghiaccio che si accumulava. Su un letto di legno c'era un materasso fatto di una stoffa universale a righe bianche e marron, come un sacco, riempito con le foglie secche del granturco, quando ti giravi era tutto uno scricchiolio di foglie ed ora mi vien da sorridere pensando quale fosse il canto del materasso quando gli sposi facevano l'amore, o la cosa era romantica oppure era un trauma. Le lenzuola erano fatte di un tessuto grosso di canapa, ruvido che ti grattava la pelle e sopra una coperta a trapunta con la lana delle pecore nostrane doveva bastare. Ricordo ancor ora quelle lenzuola, anche perchè la loro fatturazione proveniva da canapa che ogni famiglia si coltivava, che veniva seccata, sfibrata e successivamente portata con grosse gerle in quel di Rivamonte a circa cinque chilometri dove esisteva l'unico telaio di tessitura delle balle di canapa. Ti restituivano quel tessuto grossolano, ruvido con il quale prima si confezionavano lenzuola e tavaglie e con i resti piuù piccoli, gli asciugamani. Il freddo, dicevano per consolarti, che ti faceva crescere sano, in effetti mai mi ricordo di un raffreddore, neppure durante gli inverni più rigidi, solo che al mattino, cercavi di metterti le calze stando sotto le coperte e magari anche il maglione, così almeno riuscivi a temprarti. Gli inverni erano sempre molto duri, ma le persone in famiglia così numerose ti davano allegria e c'era sempre qualcuno che badava anche a te che eri piccolo. Poi, con la primavera, le zie ti portavano, appena la neve lasciava scoperti i grandi massi caduti un tempo dalla montagna, a veder nascere i primi boccioli delle viole e poi pian piano lo spuntare tra gli spessori di neve più sottile i primi bucaneve. Sapevi allora che la stagione si stava mettendo per il meglio e che il nonno a mesi sarebbe ritornato. Non aveva grosse valigie, anche perchè doveva caricare il tutto sulla bicicletta, ma al suo ritorno e lo faceva per me che sapeva che lo stavo aspettando sulla strada principale, si divertiva a prendere dei viottoli secondari in modo da lasciarmi sorpreso. Era sorridente il giorno del suo arrivo, generalmente si lasciava crescere i baffi nel periodo invernale, non lunghi s'intende, erano baffi che sentivi pungere quando ti prendeva in braccio per darti un bacio sulle guancie. Poi dal giorno dopo il rasoio provvedeva a togliere il tutto e lui tornava il nonno di sempre. I primi giorni dopo il suo ritorno era un'ispezionare tutte le zone dove c'erano animali, il controllare mucche e pecore, sempre con la sua mano nella mia ed in quei giorni parlava, controllava e parlava, parlava tra se, ma si rivolgeva a me come io capissi cosa intendeva dire, poi verso le tre del pomeriggio si sedeva sulla panca fuori casa dove si vedeva la catena di montagne

verso La Valle Agordina, mi faceva sedere sul suo ginocchio sinistro, sulle morbide braghe di velluto ed accarezzandomi i ricci mi faceva delle domande trabocchetto....come si divertiva vedermi interdetto ai suoi scherzosi discorsi. Ma poi i suoi pensieri ritornavano alle zone dove aveva trascorso l'inverno ed allora cominciava a raccontare....


Quarta parte.. http://agneredintorni.blogspot.it/2010/12/i-nonni-dun-tempo-quarta-parte.html