BLOG APERTO A TUTTI!!

"AUTUNNO" foto di Attilio Pietrogiovanna

AGNER e DINTORNI , vuole essere uno spazio a disposizione di abitanti e frequentatori di questi luoghi.
Ovviamente questo vale anche per associazioni, amministratori locali e per tutti coloro abbiano da proporre tematiche inerenti l'Agordino.
E sopratutto vogliano promuovere tante lodevoli iniziative spesso note ai soli abitanti del paese in cui si svolgono!

Inviateci tramite e-mail il programma di quanto organizzate, con molto piacere, sarà inserito quanto prima su Agner & Dintorni..


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mercoledì 23 ottobre 2013

FASIN

di Cherubino Miana


FASIN





Ram lasadi secà na staion
riciapali per man, scurtali de mesura
co na ranconela che taia, savaiali
e ligali co sache de busc.
Ghe ne chei a doi sache
per el fornel tondo de la stua
e chei a na saca sol da doprà
inte la stube nova pi curta.
I e de peth per impità
de noseler per daghe onda
de fagher per daghe calt.
Le bel sentirli cantà intel fornel
o inte cosina sofiar
I fasin ades ghe ne pochi chei fa
na olta era el gasolio de montagna
ades se la stufa no la va a Pellets
se riscia de ciapà le buanthe.
Fasin de me nono imuciadi su l'archer
e chei picioi inte sofita coi panegas a fa el nif
fasin rencuradi sot lares coi ram crepadi
chei scioca coi brusa e le schithe le salta
brusase le braghe de veludo era fathile
coi ram de lares, meio i fagher pi caldi e chieti
fasin ingrumadi su pile e con sora ramada de peth
na storia de fasin la sarae ncora.....fascinosa
cher.2013

mercoledì 30 gennaio 2013

UN FIL DI FUMO

Di Cherubino Miana

Abitavo con i nonni nella grande casa quasi al limite del bosco, sopra di noi alcuni prati sfalciati con lunghe siepi di nocciolo dove tendevamo le trappole per i pettirossi, poi i terreni comunali adatti a pascolo con boschi di abete rosso e larice. L'autunno dava diritto ad ogni famiglia di una certa quantità di legnatico, in genere era ramaglia di qualche lotto boschivo dopo che i tronchi erano stati portati in segheria, ognuno aveva una certa area da ripulire di rami e cimase, tutto ciò per scaldarsi d'inverno. C'era vicino a noi una povera vecchina, sempre vestita di scuro che abitava in una piccola casa di tre stanze, una cucina con annessa piccola stalla dove teneva due capre al pian terreno e due stanzette da letto al piano superiore, una scala esterna collegava la cucina alle camere e il tetto era così basso che su un angolo uno di noi se saliva in groppa all'altro riusciva a camminarci sopra.

Noi ragazzi in quel periodo eravamo molto uniti ed un bel gruppo, naturalmente il tempo libero era molto e così la tendenza di far dispetti. L'estate lo passavamo a catturare vipere con una bottiglia nella quale mettevamo un po' di latte rubato alle mucche che pascolavano, ci davano cinquecento lire a vipera in farmacia e per noi erano un sacco di soldi, ne prendevamo due o tre al giorno e ci dividevamo il guadagno. Ogni tanto andavamo a far dispetti alla vecchietta, uno saliva sul tetto e gli metteva delle frasche di abete nel camino e quando lei accendeva il fuoco la cucina si riempiva di fumo, noi andavamo a trovarla allora, la sua porta era sempre aperta e ci potevi entrare, lei si perdeva in quell'atmosfera che sembrava la nebbia delle pianure e si lamentava del camino che non tirava.

 

Allora le dicevamo, te lo puliamo noi il camino e uno di noi saliva in cima, toglieva i rami di abete e tutto si sistemava. Lei ci ringraziava e ci dava una patata di quelle “chegole”...piccole insomma, messe a cuocere sotto la cenere, ci donava una parte della sua cena. Il marito penso fosse morto perchè non lo vidi mai a casa ed una figlia era al lavoro a Milano, a servizio da certi signori diceva lei. Le sue capre erano famose tra i malgari, perchè quella più vecchia, dopo due giorni che era in malga diventava capobranco di ben quattrocento capre. I malgari la chiamavano con il nome della padrona”La siegata grande” mentre l’altra era “La siegata piccola”, diventata capobranco la mattina era lei che sceglieva i pascoli alti e se volevi spostare il branco dovevi chiamare lei che veniva solo se vedeva che avevi del sale grosso sul palmo della mano.

Erano ste due capre l'unico sostentamento di questa vecchina, le patate gliele davano altri che possedevano campi ed un po’ di formaggio e burro glieli mandava sempre la nonna in modo che potesse passare l’inverno....me lo ricordo un etto di burro ogni chilo che si portava dal caseificio e così per il formaggio, ma oltre alla nonna probabilmente contribuivano molti altri, una volta l’aiuto tra vicini era d’uso. Quel camino annerito ogni tanto prendeva fuoco, lei lasciava che il “Calidem” bruciasse e poi come nulla fosse riprendeva come prima. Il fatto, diceva era che i rami di abete sporcavano molto con la loro resina ed era per quello che il camino si incendiava.

Un giorno vedemmo che il camino non fumava al mattino e neppure il pomeriggio, era scomparso un segno di vita ed era scomparsa lei, la vecchietta che viveva sola nella sua cucina nera di fuliggine.

lunedì 21 gennaio 2013

L'ODOR DE LA SCORZA...


di Cherubino Miana

 

...a nove anni suo padre una sera glielo disse in modo burbero: lunedì si parte per la Francia,con tuo fratello Modesto, siamo in tanti Agordini che ci guadagniamo il pane facendo sedie. Lui non rispose, un ragazzo di nove anni aveva appena finito la terza elementare, pensava a tutto fuorchè alla Francia,solitamente il pomeriggio lo passava nei prati comunali a pascolare pecore e vacche preparando trappole per tordi e pettirossi, la Francia, ma dove era la Francia?

lunedì 1 ottobre 2012

CHELA FINESTRA

CHERUBINO  MIANA  ci omaggia di nuovi stupendi versi in dialet.. con annessa traduzione.
Buona lettura!




El viero nol ha na macia
Il vetro non ha una macchia
tel bagna col fià
lo bagni col tuo fiato
col fatholet de seda
con il fazzoletto di seta
tel suga e lustra
lo asciughi e lo lucidi
tel lava co le to lagreme
lo lavi con le lacrime
e tel sconde vesin al cor
e lo nascondi vicino al cuore
chel fatholet bagnà
quel fazzoletto umido

giovedì 7 luglio 2011

C'ERA UN TEMPO

Di Cherubino Miana


....c'era un tempo che per mangiar le ciliege ci arrampicavamo su alberi alti, molto alti stringendo il tronco tra braccia a polpacci (a polon), c'era un tempo che per prendere la foglia dei frassini e portarla nella mangiatoia di capre e mucche ci arrampicavamo fin sulla cima e poi ci buttavamo di peso e li piegavamo fino a terra, c'era un tempo che per vedere gli alpini che marciavano lungo la strada bianca per andare a fare il campo estivo prendevamo posto sui rami più alti dell'acero, c'era un tempo che per rubare i piccoli alle cornacchie si saliva sugli abeti più fitti tutti i giorni finchè i cornacchiotti mettevano le prime penne e poi li prendevamo e li addomesticavamo. Avevamo mani come artigli, gambe muscolose piene di graffi e cicatrici e un sorriso sempre pronto sulle labbra. Ora è il tempo delle gambe molli di bambini troppo pasciuti che non distinguono una abete da un larice, un faggio da un carpino, una gazza da una cornacchia, un fringuello da un lucarino, un merlo da un tordo....non conoscono il fischiettio del merlo maschio, il canto dell'usignolo, il gracchiare dei gracchi dal becco giallo. Son tempi di natura trascurata, di profumi dismessi, di foglie rinsecchite, di erbe lasciate marcire. Non più l'odore della menta selvatica, della resina appena colata da un taglio sulla corteccia di un pino. ora facciamo occhiali, tagliamo e fresiamo lenti, costruiamo stanghette, usiamo i buratti per levigarli meglio, facciamo occhiali e li mandiamo nel mondo, sembrerà ridicolo diamo la vista al mondo intero e non vediamo quello che la natura ci mette sotto gli occhi. Facciamo occhiali per tutto il mondo , ma siamo "naturalmente" ciechi......

domenica 13 febbraio 2011

GLI SPIRITI DELLE CONTRADE



Di Cherubino Miana

IL TEMPO

Il tempo, il tempo si sa, forse una volta che si misurava con una meridiana posta sul muro di casa era più lento nel passare, meno preciso degli orologi digitali che cambiano automaticamente le ore, il sole con i suoi raggi rifletteva l’ombra del chiodo tra un’ora e l’altra ed era il contadino o l’artigiano o la donna dai mille impegni quotidiani che
valutavano ad occhio il trascorrere delle ore, poi a mezzogiorno il campanone della vecchia chiesa dava il giusto avviso a coloro che sparsi nei campi o nei boschi dovevano tornare nelle case di pietra per una fetta di polenta, o sedersi sotto un faggio, la dove il muschio era asciutto e morbido, per aprire un tovagliolo bianco di ruvida canapa e cogliere il pranzo sempre molto scarso. Le meridiane un po’ impallidite misurano ancora il tempo in queste contrade, un tempo che s’è fermato all’ieri, con i segni di una vita vissuta negli stenti e lasciata per lo sperato aldilà o spostata in contrade più o meno ospitali, magari perse in città, dapprima troppo grandi per spiriti semplici cresciuti tra prati e boschi, saziati con latte di mucca e polenta di granturco. Poi anche le città nell’abitudine o nella rassegnazione, hanno preso dimensioni più umane e hanno cercato di domare lo spirito di chi, qui nelle contrade tra i boschi è cresciuto, ma il vero spirito qui è rimasto, spoglio di entusiasmi giovanili, rassegnato magari, ma il seme era germogliato in questi campi e le radici non si riesce ad estirparle completamente. Come un vecchio sambuco che mai s’estingue perché la vitalità che esso ha è tremendamente forte, così lo spirito di questi nostri vecchi è rimasto o è ritornato in queste contrade, quello dei figli o nipoti forse no, loro sono 32>cresciuti nello smog di altre contrade dove le polveri sottili ti si infilano nelle radici e ti seccano l’animo ed i sentimenti, loro tornano l’estate quando nei palazzoni il caldo ti cuoce le membra o quando le fabbriche ad agosto cercano un po’ d’aria ossigenata, tornano, girano senza ricordare, guardano senza vedere, non si fermano a pensare: il tempo della raccolta delle pietre nei prati, pietre nere dapprima ammucchiate in lunghi muretti divisori tra un confine e l’altro, raccolte solo per guadagnare un po’ di terra per il fieno o per un piccolo campo per le patate, i fagioli o il granturco. Poi ripulite e 
trasportate dove s’era deciso di costruire un pezzo di stalla o casa, scelte nelle pezzature, quelle più piatte ed allungate per la fondazioni o gli spigoli del fabbricato, per garantire la tenuta della struttura, messa assieme con malta di calce, tutta proveniente dalla vecchia calchera ancora visibile lì sopra, vicino al buco lasciato dalla cava. Pietre che non sempre si son potute utilizzare, perché la vita, nonostante la meridiana, correva si più lenta, ma era anche più breve, dopo i quaranta rischiavi di essere vecchio, bacato dalla pussiera o da qualche bronchite trascurata presa nelle giornate di pioggia o neve e mai curata nelle stanze ghiacciate di un inverno troppo lungo. Allora le pietre rimanevano, talvolta per chi veniva dopo, ma per lo più, con il cambiare dei tempi, come inamovibili mausolei a ricordo della storia d’un tempo. Strade e viottoli rimasti vuoti e popolati solo dallo spirito vivente di chi con tanta fatica vi è vissuto. Si potrebbe dire, fermandosi un attimo a guardare ed ascoltando la voce del poeta…”...e vanno pei tratturi antichi al piano……” e così, prendendovi per mano, vi voglio accompagnare per questi sentieri, 
nell’incontro con gli spiriti, che si sente, vivono ancora intorno a noi


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sabato 8 gennaio 2011

OROLOGI DI VITA


Di Cherubino Miana

In occasione del restauro della chiesa parrocchiale di Voltago Agordino, sono stati recuperati i vecchi orologi in ferro del campanile. Non era bello pensare che finissero al macero delle opere così antiche che i nostri vecchi avevano costruito con enormi sacrifici e poi quante ore avevano battuto e per quanti anni avevano vegliato su generazioni e svegliato i dormiglioni.
 Bene si pensò che il destino doveva essere diverso e trattati come meritavano in modo che la ruggine non prendesse il sopravvento si decise di inserire al centro di ognuno di essi la storia del paese e la storia della chiesa...e tra le ore... documentazione fotografica di vita quotidiana o di opere d'arte esistenti nella parrocchiale, precedentemente restaurate.
Gabriele grafico di grande levatura ha prodotto da par suo, Rivis Luigi ha seguito tutta la lavorazione in officina, Toni Miana ha seguito il rapporto con il gruppo dei "ladins" ed è la persona che tiene la cassa (schei) ed ecco realizzata l'idea, manca il tettuccio e poi sarà completo. Un bel riuso di materiali antichi ed una bella idea. Ringraziando tutti per la disponibilità ed il contributo (Ladins,BIM, Comune,CMA), Duilio Da Campo per la disponibilità data durante il montaggio.


Il pannello è un ricordo della signora Ruth, persona che durante il secondo conflitto mondiale, a Voltago dalla sua natia Germania, salvò dai tedeschi diversi compaesani. Anche con il suo contributo economico abbiamo realizzato l'opera.




Altre informazioni relative alla manifestazione cliccando QUI

lunedì 20 dicembre 2010

I NONNI D'UN TEMPO (5 PUNTATA)


di CHERUBINO MIANA



.....le stagioni ritmavano il tempo, era il susseguirsi calmo, anche se pieno di stenti dello scandire delle giornate, dei mesi ed ogni cosa era gia stabilita, prevista. Non c'erano i bollettini meteo, la venuta della prima neve la dovevi sentire nell'aria, con quell'olfatto allenato che solo gli animali che ancora vivono liberi son riesciti a mantenere, alzavano gli occhi al cielo i nonni, guardavano con attenzione il correre più o meno veloce delle nuvole;




se il vento alto le portava a sud-ovest il tempo si manteneva sul bello, se invece si muovevano nel verso opposto stava arrivando la pioggia o la neve a seconda delle temperature, ma anche il freddo o il caldo non si misurava con i termometri, barometri o artifici vari. Qualcuno aveva una minuscola casettina colorata di provenienza tirolese, la casetta aveva due porticine e due pupazzetti in legno, probabilmente ancorati ad un cordino sottile, uscivano chi da l'una chi dall'altra delle porticine, se usciva l'uomo vecchio il buon tempo era assicurato, se usciva la donna vecchia era previsto maltempo, anche su queste casette come si può notare la donna non portava buono, povere donne, povere nonne, tenute quasi a servizio di mariti di solito piuttosto bruschi.




Se non si aveva la possibilità di comprarsi questo piccolo segnatempo ognuno poteva farselo con un ramo di abete bianco o di "lavedin" che probabilmente è la stessa cosa, doveva avere questo marchingeno un pezzo di tronco con attaccato un rametto scortecciato, messo a seccare e poi inchiodato su una tavola, il ramo verso l'alto segnava il buon tempo, il ramo abbassato indicava che il tempo sarebbe cambiato in peggio, le previsioni si facevano così ed ogni casa all'esterno della porta d'ingresso aveva la sua stazione meteo personalizzata. Tutto si annusava, l'odore dell'erba tagliata la sera d'estate ti profumava l'aria se passavi sul prato sfalciato di fresco,




il fieno portato nel fienile che "broava" nel suo calore aveva l'insieme dell'odore dei fiori dei prati e delle erbe miste più diverse, era lì, quando il fieno umido e caldo cominciava a fermentare che si stendevano i nonni per curare un mal di schiena, un'artrosi magari dovuta ai freddi inverni o alla troppa fatica nel portare carichi sin da giovani. Si facevano una buca e si immergevano dentro e lì si fermavano a dormire la notte, specie quando il fieno proveniva dalle parti alte della montagna, Malga Luna, lassù sopra Forcella Aurine, con la sua erba bassa mescolata ai fiori d'arnica e qualche nigritella profumatissima. Poi al mattino uscivano stavano meglio così dicevano loro e forse era vero, li annusavi ed il sudore della notte profumava d'arnica e di nigritella. Poi arrivava l'autunno, lo vedevi dai cieli più azzurri e da quella brezza che il mattino ti risvegliava da subito. L'autunno portava con se la raccolta delle mele, delle pere e delle susine selvatiche, le noci, nonchè delle preziose mele cotogne che s'usavano per le marmellate e per profumare camicie e lenzuola. Ogni frutto il suo odore ed era naturale odorarli per sentirne la fragranza, mantre ancora vivi li coglievi e la linfa rifluiva dai piccioli appena staccati, ne guardavi il colore, ne miravi la purezza di frutti non trattati da alcuna sostanza chimica. Con il maturare della frutta si avvicinavano anche le cornacchie, quelle grosse cornacchie che durante l'estate campavano nei boschi e la sera le vedevi nascondersi tra i rami dei grossi abeti. Le cornacchie, miravano alle noci, giravano in tondo sopra le grandi piante di noci, in ispezione, poi quando ne avevano scoperta qualcuna con il mallo che stava per aprirsi si buttavano in picchiata e con il becco aperto staccavano la grossa noce e se ne volavano via sui rami dell'abete più vicino. I gracchi dal becco giallo no, quelli erano timorosi, solo in questi ultimi anni li vedi arrivare in massa a pasteggiare con le mele lasciate marcire sugli alberi, da montanari ormai troppo sazi. Più in là alla raccolta del granturco ed al suo deposito nelle soffitte aperte erano i passeri che ne approffittavano, grossi passeri grigi che si nascondevano vicino alle case, arrivavano a frotte, prima uno ed a seguire tutto l'esercito, si beccavano mentre staccavano i granelli ed allora sguaiatamente cinguettavano ed i nonni venivano avvisati che i predatori erano in arrivo...era il agtto grigio che doveva provvedere al compito, il gatto che la sera si appogiava sopra i tuoi piedi in fondo al letto era si una animale domestico, ma il suo compito si svolgeva durante l'anno alla caccia di topi e passeracei invadenti, solo dopo aver provveduto a questo compito lo lasciavano entrare nelle cucine ed accocolarsi vicino alla stube o ricercare qualche scorza di formaggio sotto la tavola dei nonni....con i morti sapevi che la neve sarebbe stata puntuale...lo dovevi sapere perchè i crisantemi dell'orto li dovevi cogliere e portare sulle tombe qualche giorno prima, perchè con la neve sarebbe arrivato il gelo e l'orto sarebbe appassito con i suoi fiori...solo i cavoli, ed i porri, resistevano imperterriti......le cipolle erano ormai raccolte e messe a seccare in lunghe trecce, così l'aglio, mentre nella cantina dove non gelava venivano appese le patate delle dalie, divise per colore del fiore in modo da non far confusione la primavera successiva....la prima neve...la pestavi nel cimitero che era ancora intorno alla chiesa..il giorno dei santi e dei morti e quelli successivi ....all'inizio era solo una coperta bianca che metteva a riposo la natura, poi però si scatenava e tanta e tanta veniva a coprire e far intendere che i lavori nei prati e nei campi erano finiti...era l'ora del maiale...delle costicine sotto strutto...del sangue rappreso cucinato con le cipolle...finchè arrivava il natale...e lì i nonni cominciavano a raccontarti una ventina di giorni prima la storia dell'albero è sì perchè ogni cosa un tempo aveva una storia umana, ma che sul concludersi mirava sempre a qualcoa di soprannaturale e tu bambino volevi riascoltarla ogni anno la storia dell'albero, anche se la conoscevi a memoria...ed era la nonna o la bisnonna che ti prendeva in braccio e cominciava...







in una fredda notte di Natale un povero boscaiolo stava ritornando a casa percorrendo i sentieri del bosco, improvvisamente si fermò, incantato da uno spettacolo meraviglioso: tantissime stelle brillavano attraverso i rami di un abete pieno di neve. Per spiegare alla moglie e alla sua famiglia quello che aveva visto, il boscaiolo tagliò un piccolo abete, lo portò a casa e lo decorò con candele e festoni vari; e mentre la nonna cominciava a raccontare vedevi il nonno prendere la roncola ed avviarsi verso il bosco pestando la neve e tornare dopo un po' con un piccolo alberello d'abete tagliato dove erano troppo numerosi e quindi per dar loro spazio...lo metteva in un grosso vaso riempito di terra poi la nonna diceva una preghiera per ringraziare, la terra che ci aveva dato ancora una volta i suoi frutti ed il cielo che attraverso la terra ci aveva nutrito ed aveva nutrito quell'albero con le sue radici ben piantate, apriva lentamente il cassetto e tirava fuori quello che la natura ci aveva dato, le mele rosse, le noci e nocciole avvolte in carte colorate, qualche fiore di carta o qualche erica che era fiorita in anticipo, lassù sopra il colle dove il vento non riusciva a far gelare l'aria. Non c'erano lumini, non stelle, solo la notte di natale il nonno accendeva la sua vecchia lampada a carburo che gli era servita al tempo che lavorava nelle gallerie con i tedeschi della TOT, l'accendeva e l'odore acro del carburo ti entrava nelle narici, poi il sibilo della fiamma...spegnevano la luce ed attendevano il suono della mezzanotte provenire dal campanile della chiesa di Agordo. Tu eri lì bambino che guardavi entusiasta ste piccole cose, vivevi nella fiaba, con la bisnonna vestita di nero, scalza e con un fazzoletto in testa, la nonna con i cappelli raccolti e la riga in mezzo,i suoi occhi dolci




ed il suo sorriso erano rassicuranti, mentre il nonno quella sera oltre che fumarsi un po' la pipa,




si permetteva una masticata di tabacco crudo ad insaporire la sua bocca ed a macchiare di scuro i suoi baffi ed il suo pizzetto ormai bianco...una canzone a mezzanotte dalla voce della nonna con la bisnonna, con quelle sue mani scarne e quel volto di gitana




che l'accompagnava con un tono diverso, la canzone del natale a due voci....senza musica, ne violini ne arpe...ma tu eri stanco ed il sonno ti avvolgeva... eeee..




...non serviva la musica perchè la raccoglievi nel sonno dei giusti....erano i miei nonni, era natale, fra qualche giorno sarà di nuovo natale e con lui penserò ancora una volta loro e voi cari amici ascoltando ora si una musica che viene da un vecchio carillon...che mi regalarono gli ultimi anni di vita portato da qualcuno emigrato in Svizzera, al suono di questa musica accenderò una candela...non la vecchia lampada ormai saziata dal carburo d'un tempo, basterà una candela per ritrovarmi con loro e con voi tutti, buon natale......

Le puntate precedenti le potete leggere cliccando QUI

mercoledì 13 ottobre 2010

La chiamerò ESTER



di Cherubino Miana

.....erano anni belli di una gioventù ancora in cerca di emozioni, ero appena tornato dalla Calabria e mi sembrava di scoprire un mondo nuovo, eppure erano i miei paesi dove ero cresciuto da bambino, i boschi che avevo percorso tutti i giorni alla ricerca di funghi per comprarmi i libri per la scuola,le piste da sci che avevo frequentato con gli sci forniti dall'esercito e smessi, perchè ormai consunti, dagli alpini delle caserme del Bellunese e dell'Agordino. Ero tornato insomma in luoghi vissuti e conosciuti a memoria, ma forse era lo spirito nuovo che mi animava, l'esperienza del sud caldo non solo nella temperatura, ma nell'affetto delle sue genti, nell'abbraccio che ti prendeva, nella loro dialettica che tanto mi era servita a sciogliere la mia chiusura di montanaro, ecco rivedevo la mia terra con l'entusiasmo di una rinnovata memoria più aperta, più osservatrice, più innamorata...ecco forse avevo imparato ad amare in modo sensuale la mia terra, il profumo dei suoi boschi, l'odore del letame delle malghe, il profumo dei fiori in primavera, il colore pastello dei boschi in autunno. Preso da questo entusiasmo che solo un amante riesce a sviluppare nelle sue sfacettature, mi lasciavo incantare e coinvolgere da tutto quello che passava nelle mie fantasie. Tra queste ero ritornato agli insegnamenti geologici del magnifico Prof. Antolini un personaggio che aveva percorso l'Africa in tutti i suoi anfratti e che la geologia ce la spiegava nel suo accento Trentino con inflessione inglese, ci parlava delle sue ricerche, delle sue delusioni e dei suoi successi e quel modo di insegnare era così coinvolgente che tu ti ritrovavi a pensare che si certo, anche tu nel tuo piccolo potevi prenderti la libertà di girare per i tuoi monti a fare delle ricerca e collezionare minerali e così entravi nel personaggio, pur essendo invece un semplice appassionato della tua terra con qualche conoscenza in più. Me ne andavo quando avevo tempo per i monti, in quelle zone dove mi avevano insegnato  geologicamente la natura era più interessante e ti poteva dare qualche soddisfazione.
I Monzoni erano una delle mie mete preferite, solo che non mi accontentavo di un sabato di una domenica talvolta prendevo la mia tenda, una canadese un po strappazzata e con lo zaino in spalla partivo, conscio di essere un esploratore, e camminavo, mi fermavo dove più mi sembrava di godere un panorama diverso e da lì partivo la mattina in camminate meravigliose. C'era una malga dove ero solito fermarmi, già allora i cartelli di divieto di campeggio erano numerosi, ma io mi fermavo trecento metri sopra la casera in un piccolo ripiano che mi riparava alla vista, cosìche della tenda spuntava solo un piccolo pezzettino della parte superiore che solevo mimetizzare con qualche ramo di abete. Il posto era magnifico, sopra, molto più su il Rifugio Taramelli, sotto la malga con un'ottantina di mucche da latte razza grigia austriaca, di quelle cioè che al massimo ti fanno una quindicina di litri di latte al giorni nei momenti dopo il parto, ma che poi sai che scendono fino a cinque sei litri, che non è proprio un lusso, solo che queste erano e sono delle arrampicatrici e quando il pascolo comodo diveniva più scarso riuscivi a farle salire più su dove l'erba cresceva a ciuffi tra le rocce. Ottanta mucche non erano una grossa malga, ma la rendevano più familiare e la mattina ti svegliavano verso le quattro con i loro campanacci,
mentre il malgaro Sergio e suo padre Olinto cominciavano la mungitura manuale. Padre e figlio erano dei contadini trentini di una valle vicina, di loro erano una trentina di mucche, le altre cinquanta le raccoglievano nella valle in genere nelle stalle vicino alla loro da contadini che ne avevano una o due per famiglia e che non avrebbero saputo come fare nel periodo estivo senza che le stesse salissero in malga. C'era inoltre un altro particolare, mi raccontava il vecchio Olinto, un ometto piccolino, un po storto con una leggera gobba che non capivo se era di nascita o se l'aveva creata il duro lavoro che aveva intrapreso sin da bambino dopo la terza elementare, ecco Olinto mi diceva che la neccessità di portare le mucche in malga era anche perchè generalmente dalle fattrici i contadini si aspettavano la nascita di un vitello verso novembre ed aver passato l'estate in malga, camminando lungo i ripidi pendii, rendeva il parto meno pericoloso perchè le mucche mantenevano un'elasticità maggiore in tutto il corpo, cosa che le rendeva meno pesanti e quindi dava meno preoccupazione quando il vitello sarebbe nato.
Sergio e Olinto curavano le bestie, le conducevano nei pascoli più alti e provvedevano alla mungitura, nella casera al resto provvedeva Ester ed i due figlioletti di sette e nove anni. Ester usciva poco dalla casera, il lavoro era molto, accendere il fuoco con i rami di larice non era sempre facile, specie quando pioveva e il legnatico per quanto protetto si bagnava, poi riempiva la grande caldera in rame del latte del mattino, mentre quello della sera prima raccolto nelle vasche e lasciato raffreddare durante la notte doveva essere scremato della panna, che poi raccolta in una pigna di legno, che i figlioli giravano manualmente con una manovella forniva quel burro giallo che lei poneva negli stampi con incise le stelle alpine e le genziane. Stampi da un chilo, dai quali usciva il pannetto di burro intero, con i segni di dove tagliare per dare uno, due tre etti agli avventori per lo più cittadini che venivano in ferie dal Veronese o dalla pianura Padana. Mentre i ragazzi giravano la pigna Ester, con un gran grembiule blu disegnato con un ciuffo di fiori da lei stessa nelle serate invernali, provvedeva alla cagliata strettamente da farsi quando il latte arrivava ai trentotto gradi, a mescolarla triturarla e poi chinandosi in avanti raccoglierla con uno stoffa di lino in forme che venivano pressate negli scatoli di legno. Era bello vederla con che agilità si metteva i due angoli della stoffa tra i denti e con le mani allargava gli altri due iin modo da raccogliere la cagliata triturata e riporla dentro gli scatoli e pressarla con le sue mani forti di contadina giovane,finchè il siero fosse uscito quasi del tutto, perchè diceva, se il siero non esce poi dentro rimangono i buchi e quando tagli il formaggi non sta bene. Ester l'avevo conosciuta per caso, in genere quando scendevo alla malga per il latte, per un po' di formaggio fresco o una ricotta affumicata era sempre Olinto che mi serviva, lui si sentiva il capo anche se aveva superato da poco i settant'anni e suo figlio doveva ancora subire  e stare ai comandi di questo uomo dagli occhi profondi di un marron scuro che ti entravano fin nell'animo. Ester stava dentro la casera illuminata solo dal fuoco del camino con le pareti annerite dal fumo, che non riusciva a sfogare tutto per il pur ampio camino in pietra che sboccava sul colmo del tetto, lì in mezzo alle scandole di legno, come un torrione che sputava fumo e scintille alle luci del primo mattino. Usciva solo ogni tanto sulla porta per spremersi quel fumo denso che le entrava nei suoi occhi azzurro chiari e che si schiarivano ancor di più quando le lacrime provocate dal bruciore li  andavano ad innondare e lavare. Allora si toglieva il fazzolletto a fiori che aveva in testa ed una lunga coda raccolta di cappelli biondi fluiva fuori incorniciandole il viso, lei si lasciava andare in un sorriso largo, aperto di donna che non potevi che amare a prima vista, con i cappelli
che le coprivano le orecchie piccole e quelle guance alte colorate dal calore del fuoco e dal sole del giorno. I bambini di solito la seguivano e li vedevi tutti tre assieme sulla porta della casera, stropicciarsi gli occhi finchè il fumo era uscito. Il più piccolo era simile a lei, biondo con gli occhi azzurro chiari ed un nasino all'insù sbarazzino e furbo, il più grande aveva invece la carnagione scura del padre e gli occhi scuri del nonno. Ester soleva parlare poco, non che volesse dimostrare distacco o che fosse intimidita, era una cosa che le avevano insegnato sin da piccola, diffidare un po' degli estranei e star sulle sue, anche se dal suo sorriso aperto capivi che dentro c'era una donna solare che avrebbe voluto dirti un sacco dei suoi pensieri. Finito il lavoro mattutino, lei aveva gia pronta l'acqua che bolliva per la polenta di Olinto e di Sergio che doveva essere pronta per le undici in modo che i ragazzini la potessero portare nei pascoli alti assieme al formaggio fresco ed al salame preparato nel periodo invernale, magari mescolato con un po di farina ed acqua e lasciato cuocere nella pentola piatta in modo da renderlo più morbido ed aumentare il companatico della polenta. Ecco quando aveva messo il tutto in due fazzoletti a quadri separati e con l'aggiunta di un quarto di vino rosso, lei poteva sedersi un attimo fuori della casera sulla panchetta di legno. Si prendeva il piatto sul grembo e lentamente si metteva a mangiare aspettando il ritorno dei figlioli. era il momento che potevi sederti di fronte e parlare un po dei suoi affetti o dei suoi propblemi, senza forzare, dovevi lasciare che si sciogliesse pian piano, che scegliesse con cura contadina i termini, con quel suo accento Trentino e quel sorriso che condiva il suo discorrere. era un'altra donna in quei pochi momenti, emergeva la donna vera che c'era in lei, la madre, la moglie e la nuora tutto assieme nel suo raccontarsi le fatiche quotidiane, senza lamentarsi, interrompendosi solo un attimo quando dalle labbra sembrava uscire qualcosa di sconveniente e poi riprendendo il discorso come se nulla fosse successo. Rientrava la ritorno dei figli ed allora la vedevi esprimere tutto il suo affetto materno, una carezza mentre i ragazzini stavano mangiando avidamente, una carezza a testa dava Ester perchè diceva, i figli erano suoi e nessuno dei due doveva essere privato di qualcosa a favore dell'altro. Ester era una donna saggia che pensava al futuro dei suoi figli, forse li immaginava già grandi, anche se come diceva, non aveva capito ancora le loro passioni, si le chiamava così, passioni, ma intendeva l'inclinazione che la natura aveva infuso in loro al momento della nascita. Poi verso le quattro quando rietravano le mucche
tutto ritornava nel ritmo giornaliero della fatica e del lavoro fino a sera quando all'imbrunire la minestra di riso con il latte appena munto o la polenta di mezzogiorno assieme alle croste di farina abbrustolite, riempiva la pancia per la notte. Ma poi quando i malgari stanchi si sedevano sulla panca ad aspettare che la brezza della montagna scendesse a rinfrescarli un po' prima della notte dal breve di sonno, Ester prendeva la fisarmonica che le aveva lasciato in eredità un vecchio zio, che aveva vissuto suonandola, girando per le fiere e le sue dita lunghe dalle unghie consumate si muovevano con una maestria indescrivibile sui tasti e bottoni. La musica correva tra gli abeti e arrivava fino alla tenda. Allora non potevi non scendere, sederti sulla sedia spagliata un po distante e mentre ai due uomini stanchi   scendevano le palpebre nell'invito al sonno, tu non potevi non guardarla questa donna di trent'otto anni che si era pettianta ed avea lasciato che i suoi capelli le arrivassero fin alle spalle e mentre suonava le brillavano gli occhi azzurri e la sua bocca si apriva leggermente lasciando intravedere il suo sorriso chiaro e profondo. Poi lei cantava, specie le vecchie canzoni, accompagnava la musica con una voce dolce e leggera in modo che le due cose non si coprissero l'una con l'altra e tu non potevi non innamorarti di quel quadretto, ma non lo dovevi dar da vedere, perchè i suoi uomini non avrebbero ammesso che un estraneo potesse amare anche solo spiritualmente una simile bellezza. Le sue guance pian piano impallidivano, la stanchezza del giorno si faceva sentire e l'aria della montagna cominciava a farsi fresca. Olinto si svegliava dal suo torpore e alzatosi lui tutto si fermava, Ester smetteva lentamente con le sue melodie, Sergio mugugnava una notte sottovoce e si arrampicava sulla scala pioli che portava nel sottotetto,
 seguito dai figlioli e per ultimo da Ester, mentre Olinto dormiva dentro la casera, non si fidava più di salire per quella scala ed allora s'era ricavato un angoletto vicino al fuoco del camino e lì anche se la notte rinfrescava lui riusciva a scaldarsi. Ci andai per alcuni anni preso da sentimenti contradditori, per loro ero diventato uno di casa, ero uno di loro, forse a pensarci ora dopo tanti anni mi ero un po innamorato di Ester ,del suo modo di essere di esistere e di trasmetterti senza farlo capire i suoi sentimenti, lo ricordai tanti anni dopo guardando il film "I ponti di Medison....", lo capii forse tardi seguendo la trama di quel film che mi emozionò, mi resi conto allora che si Ester forse era stata un amore impossibile per la sua freschezza e per come era sinceramente attaccata alla famiglia, ma questo non contava, contava quando ci pensai solo il dolce ricordo di quei giorni....   

(questa nota l'ho scritta dopo aver letto la nota Esterina di una carissima amica di fb.Lorenza Bonomi, ho aprofittato anche del nome abbreviato perchè è a lei che devo questo ricordo, che stavo perdendo e la ringrazio per avermelo riportato in superficie.)

venerdì 20 agosto 2010

I nonni di un tempo (prima, seconda, terza, parte)

Di Cherubino Miana

Son nato a guerra finita, forse nelle mie orecchie son rimasti i rombi degli ultimi aerei americani che ritornavano alle basi dopo aver bombardato la Germania, non tutte le bombe venivano scaricate sul suolo teutonico e quindi immagino che qualche pilota buontempone passando sulle nostre valli si divertisse a scaricarne qualcuna in mezzo ai nostri boschi...così per una bravata, ed io che mangiavo la pappa sul seggiolone fuori all'aperto non gradivo 'sti tuoni specie se mi lasciavano da solo. Il seggiolone era in legno, lo ricordo ancora, tinteggiato con una vernice azzurrina, se volevi lo piegavi in due e cosi ribassato aveva quattro ruote in ferro che ti permettevano di spostarlo senza fatica, sulla destra aveva un pallottoliere in legno con le sfere colorate con colori diversi...servivano per attirare l'attenzione e sviluppare l'intelligenza...io, a detta di mia madre, indicavo sempre la pallina rossa e stropicciando dicevo...iossa...cosa che faceva sorridere mio nonno Raffaele...chiamato dialettalmente da tutti Rafael e che lo faceva venir a sedersi sulla panca vicino a questo nipotino nato in casa sua, su nella camera alta subito sotto la soffitta dove si metteva a seccare il granturco e dove erano ammassate la via crucis in legno che un tempo, erano state poste lungo il viottolo che conduceva alla zona delle apparizioni del 1937. 

Lo ricordo bene questo nonno, serioso con un animo buono, ma che non voleva esternare i suoi sentimenti, fossero di gioia o di tristezza. Crebbi nella casa bianca grande del nonno e cominciai a muovere i primi passi sotto il grande noce che sovrastava l'ampia "cesura" con una ventina di meli di tipo diverso. Quel prato fu la mia prima palestra e un bernoccolo, che ancora mi è rimasto è proprio un ricordo di allora, quando cercando di correre senza esserne capace, con la pipa del nonno in mano, caddi e mi piantai il bocchino proprio lì sulla destra della fronte. Da quel giorno le pipe le lasciai a chi le usava. Nella grande famiglia patriarcale del nonno Rafael c'erano ben nove figli...certo uno lo aveva dovuto lasciare in un cimitero francese, morto per una semplice otite presa dormendo sotto il carretto dei seggiolai accuciato sopra un mazzo di paglia.
Erano rimasti in otto, tre maschi e cinque femmine a riempire quella grande casa dove ferveva una vita contadina intensa, con dieci vacche da latte, un grande fienile per la raccolta della fienagione ed un panorama che dava giù vero Agordo fino al paese posto all'ombra del monte Cielo...La Valle Agordina. Due eventi avevano segnato la vita di questo nonno dall'animo buono: la prima guerra mondiale che lui aveva fatta tuttta, compreso l'ultima battaglia sul Piave e le apparizioni della madonna, su proprio trecento metri sopra casa e nelle quali c'era intruppata una delle sue figlie, quella Elsa dall'animo dolce che per un periodo di tempo s'era portata anche le stimmate. Questi due eventi avevano inciso nel suo animo delle cicatrici che pur passando il tempo non si erano mai del tutto rimarginate. Lui non lo dava a vedere eppure quando, preso dal mio modo curioso di sapere, si abbandonava a questi pensieri mi rivelava il suo tormento interiore mai sopito.

GUERRA

Io ero curioso, specie quando lo vedevo pensieroso e gli chiedevo: Nonno stai pansando alla battaglia del Montello? Lui mi guardava sorpreso, quasi avessi letto il suo pensiero ed allora lentamente...misurando ogni parola iniziava...."Noi eravamo sulla sponda destra del Piave, lì dove ci eravamo attestati dopo il tradimento di Caporetto...io ero alpino...pioveva quei giorni ed il Piave si era fatto grosso....gli Austroungarici erano dall'altra parte e sparavano...sparavano...faceva una pausa come a prendere fiato....durò molti giorni...poi ci dettero l'ordine di un assalto alla baionetta...ed io a chiederli..ma tu hai ucciso qualcuno? La sua fronte si corruciava, un leggero velo di sudore la increspava e lui divantava improvvisamente triste...quando ci ordinarono l'assalto alla baionetta fu un vero macello...ci avevano stordito con delle bevande alcoliche...avevamo tutti paura, si doveva attraversare il Piave proprio lì dove ora c'è un isolotto chiamato l'isola dei morti, camminavamo sui cadaveri nostri e degli austroungarici e gli occhi non vedevano le facce di chi ti si parava davanti....avanti.... avanti.....! continuavano a gridarci per farci passare la paura....quando finì la mia divisa era rossa del sangue di 'sti poveri soldati austriaci, mandati anche loro al macello....lì si fermava ancora una volta.....estraeva dalla tasca dei pantaloni di velluto una corona marron mezzo consumata e diceva.......ora recitiamo sette avemarie e una salve regina per tutti questi morti e la sua voce si incrinava, l'occhio lo vedevi farsi leggermente vitreo e vinta la commozione iniziava...ave maria...


la sua faccia si volgeva verso il grande Cristo ligneo che era rimasto nonostante le scomuniche e gli improperi della curia...unico testimone di una stagione, quella del 1937 che aveva portato emozioni, speranze e dolori nelle famiglie del paese.


LE APPARIZIONI

Era il lontano 1937, le zone non boscate poste sopra il paese, si lassù subito a monte della grande casa bianca, erano di proprietà comunale e servivano per il pascolo estivo delle pecore che ogni famiglia cresceva in numero di tre quattro per la lana, che filata serviva per confezionare maglioni e quant'altro ed anche per gli agnelli che si macellavano per la Pasqua. Le pecore erano portate al pascolo dai ragazzi che la mattina frequentavano la scuola, ma al pomeriggio dovevano collaborare al sostentamento famigliare. Erano sempre cinque sei tra maschi e femmine ed avevano un gregge di circa una ventina di pecore. Risalivano lungo un viottolo, delimitato ai lati da sassi posti alla rinfusa, a mo' di muretto, proprio perchè le pecore non andassero a brucare l'erba nei prati dei vicini, erba così preziosa per la povera economia contadina.
Fu proprio in uno di quei giorni, che mentre badavano le pecore...apparve loro la madonna (vedi nelle note già pubblicate) e fu un dramma....la nostra gente non era preparata e si sa ste cose fanno paura ai curiali perchè, se poi risulta che non è vero, gli rovina il mercato che a loro è così caro e rende anche bene. L'inizio fu soft e molti ecclesiatsici si convinsero che la cosa era attinente alla verità....poi però entrarono in azione i pezzi da novanta della curia e riuscirono a distruggere quelle belle immagini che queste anime candide si portavano dentro. Fu il terrore...la scomunica generalizzata...ed allora essere scomunicati voleva essere additati come degli appestati....mio nonno non lo so esattamente come visse la situazione...ricordo però che lui ci credeva...tutti ci credevano nella famiglia e lontano da far rivoluzioni lui si chiudeva la sera attorno al focolare con figli e nipoti a recitare il rosario. Si doveva essere puntuali, prima il rosario poi il minestrone con la cotica di maiale, fatto bollire per ore sopra la stufa a legna. Non protestò mai contro i curiali, Lui non era un rivoluzionario, era un seggiolaio che aveva girato il mondo, Francia e Italia con il suo carretto, la paglia e la bicicletta dalle gomme piene e lui credeva, ma lasciava che il clero facesse le sue rimostranze ed accettava a testa bassa le vergognose imposizioni di chi Cristo lo usa per gli affari propri. Ancor ora a distanza di anni mi si rivoltano le budella, ma lui no, lasciò che le due figlie scegliessero la vita religiosa e ne ebbe ragione, quelle due ragazze definite, delle ignorantelle, dai burocrati Civili e Curiali, fecero molta strada. La zia Elsa (la veggente) per anni resse prima a Roma e poi a Maratea e Praia a mare le scuole private che andavano dall'asilo alle superiori, mentre la zia Angelica diventò madre generale dell'ordine ed aveva la responsabilità dei conventi sparsi in tutto il mondo sin nella foresta Amazzonica. Fu lei ad acquisire l'ospedale Cristo Re a Roma ed ad assumere i primari e curare tutta l'organizzazione, arrivò ad essere una collaboratrice di papa Woitila quando lo stesso doveva spostarsi all'estero ed aveva bisogno di conoscere il panorama delle case religiose sparse nel mondo. Mio nonno non ebbe la soddisfazione di godere fino alla fine questa rivincita sui curiali locali arrocati nelle farisaiche stanze del loro piccolo potere mercantile...ma fu una rivincita vera di un uomo dolce e dagli occhi tristi e pensosi, innamorato delle sue montagne e profondamente religioso nel senso vero del termine.PARTE SECONDA

Crebbi così, nella grande casa bianca sopra il colle,non c'era strada carrabile che ci arrivasse, ma solo un percorso fatto per le slitte che serviva estate ed inverno per trascinarvi il legnatico o il fieno. La casa non era tutta del nonno era divisa in due, in modo strano in quanto le stanze si intersecavano e le scale in legno erano comuni. In basso la caratteristica rotonda (caminaza) con il grande camino e la catena in ferro, la cucina era grande ma conteneva l'essenziale,sempre fredda per via di quel grande camino che si mangiava tutto il calore e dava su una cantina umida adatta sia per il formaggio che per la stagionatura dei salami. Una porta in legno si apriva su una stanza che da noi veniva chiamata "Stua", era uno stanzone foderato interamente da specchi e dorsi in legno di abete con nell'angolo la classica stube ad arco, dove potevi rifugiarti, tu bambino, per stare caldo ed il nonno per asciugare le ossa indolenzite dall'umidità dei tanti giorni passati nella nebbia quando percorreva le vie del Chianti o dell'Umbria a far sedie. In quella stanza viveva la vera intimità della famiglia in quanto,essendo l'unica riscaldata, tutti ci si precipitavano specie nel periodo invernale. La nonna con la sua ruota da filare aveva un posto specifico con la schiena che si appoggiava alla stube, il nonno ed uno dei figli erano quasi sempre i padroni della parte alta ed io mi ci ficcavo nel mezzo, sentendomi così, nello stesso tempo, coccolato, sicuro e riscaldato prima di affrontare il gelo della stanza da letto, su in alto sotto la soffitta. Quando eravamo tutti la stanza diventava quasi stretta,io mi accocolavo con la testa nel grembo del nonno e come al solito gli chiedevo il racconto di una storia della sua vita. Ma ognuno, anche la sera aveva un compito ben preciso, chi filava, chi lavorava a maglia, chi con passione di leggere riusciva a procurarsi qualche libro nella biblioteca della scuola...e mi ricordo come "Il Conte di Montecristo" fu letto, prima in silenzio, poi ad alta voce da una delle mie zie più appassionate alla letteratura, lasciandoci sbalorditi e tutti a commentare ed a dar ragione al conte ed alla sua implacabile vendetta. Ma l'inverno era anche il tempo in cui il nonno se ne partiva per fare le sedie, generalmente se ne andava l'autunno dopo aver finito lo sfalcio dei prati e la raccolta delle patate...Lui partiva e con lui si portava i figli maschi giovincelli perchè dovevano imparare il mestiere ed aiutarlo.

Era molto malinconico vederli andar via, ma mai vidi mia nonna versare una lacrima, quantomeno mentre gli altri la vedevano, era destino, partivano verso la metà di settembre e tornavano a casa verso la metà di giugno e nonostante quelle lontananze riuscirono a mettere al mondo nove figli. Allora non c'erano cellulari ed il telefono non sapevamo neppure cosa fosse, comunicavano tramite posta, una lettera al mese arrivava, una al mese era la risposta, ricordo che sin da bambino era un'ansia vedere arrivare il postino, guardare la calligrafia dell'indirizzo, con le lettere leggermente piegate a destra e riconoscere la mano del nonno...le sue lettere cominciavano sempre così " Cara Tina noi qui bene, così speriamo sia di voi....continuavano chiedendo notizie delle mucche del maiale, di quando era previsto che venisse ammazzato e si raccomandava sempre della giusta percentuale di sale da mettere nei salami e di struccarli bene, perchè altrimenti maturando e fermentando si faceva al loro inteno il bozzo e diventavano rancidi. La famiglia rimaneva quindi con le sole donne che dovevano assumersi la gestione della stalla e della casa, figli piccoli, mucche e maiale oltre alle numerose pecore. Poi c'era il pollaio al quale era generalmente addetta la nuora, pollaio che garantiva le uova per l'intera famiglia ed il pollo per il brodo esclusivamente per quando uno stava male. Una volta ogni tanto, con il treno fino a Bribano e poi con la corriera mandavano dalle zone del Chianti un recipiente di latta con dentro del miele, cosa che per noi era esclusiva in quanto gli appiari in montagna allora non erano tenuti, salvo che da un personaggio che tutti consideravano strano, ma che a ragion veduta era una persona più intelligente di chi lo prendeva in giro. Nella soffitta aperta al sole ed al vento c'erano le pannocchie di granturco, che raccolte e sfogliate l'autunno venivano raggruppate in mazzi e legate con un rametto flessibile e messe a seccare Era molto bello veder dal di fuori tutti quei mazzi di pannocchie gialle che si seccavano al sole di ottobre, poi l'inverno, nelle lunghe serate, quando il buio ci faceva rinchiudere in casa già verso le cinque pomeridiane, noi ragazzi assieme alle donne le dovevamo sgranare su un attrezzo fatto con un ferro piatto incurvato.

Le altre stanze non erano mai riscaldate e le finestre a vetro unico lasciavano passare gli spifferi del vento che ti facevano muovere persino le lenzuola, l'inverno, quando il gelo e l'umidità prendevano il sopravvento, i muri interni delle stanze, imbiancati con la calce, cominciavano a brillare di tanti cristallini che sembravano diamanti, era la brina che formava il fiato caldo che emanavano le persone che dormivano nella stanza, cristalli variegati con disegni particolari coprivano i vetri della stanza e tu non potevi neppur vederci più fuori tale era lo spessore del ghiaccio che si accumulava. Su un letto di legno c'era un materasso fatto di una stoffa universale a righe bianche e marron, come un sacco, riempito con le foglie secche del granturco, quando ti giravi era tutto uno scricchiolio di foglie ed ora mi vien da sorridere pensando quale fosse il canto del materasso quando gli sposi facevano l'amore, o la cosa era romantica oppure era un trauma. Le lenzuola erano fatte di un tessuto grosso di canapa, ruvido che ti grattava la pelle e sopra una coperta a trapunta con la lana delle pecore nostrane doveva bastare. Ricordo ancor ora quelle lenzuola, anche perchè la loro fatturazione proveniva da canapa che ogni famiglia si coltivava, che veniva seccata, sfibrata e successivamente portata con grosse gerle in quel di Rivamonte a circa cinque chilometri dove esisteva l'unico telaio di tessitura delle balle di canapa. Ti restituivano quel tessuto grossolano, ruvido con il quale prima si confezionavano lenzuola e tavaglie e con i resti piuù piccoli, gli asciugamani. Il freddo, dicevano per consolarti, che ti faceva crescere sano, in effetti mai mi ricordo di un raffreddore, neppure durante gli inverni più rigidi, solo che al mattino, cercavi di metterti le calze stando sotto le coperte e magari anche il maglione, così almeno riuscivi a temprarti. Gli inverni erano sempre molto duri, ma le persone in famiglia così numerose ti davano allegria e c'era sempre qualcuno che badava anche a te che eri piccolo. Poi, con la primavera, le zie ti portavano, appena la neve lasciava scoperti i grandi massi caduti un tempo dalla montagna, a veder nascere i primi boccioli delle viole e poi pian piano lo spuntare tra gli spessori di neve più sottile i primi bucaneve. Sapevi allora che la stagione si stava mettendo per il meglio e che il nonno a mesi sarebbe ritornato. Non aveva grosse valigie, anche perchè doveva caricare il tutto sulla bicicletta, ma al suo ritorno e lo faceva per me che sapeva che lo stavo aspettando sulla strada principale, si divertiva a prendere dei viottoli secondari in modo da lasciarmi sorpreso. Era sorridente il giorno del suo arrivo, generalmente si lasciava crescere i baffi nel periodo invernale, non lunghi s'intende, erano baffi che sentivi pungere quando ti prendeva in braccio per darti un bacio sulle guancie. Poi dal giorno dopo il rasoio provvedeva a togliere il tutto e lui tornava il nonno di sempre. I primi giorni dopo il suo ritorno era un'ispezionare tutte le zone dove c'erano animali, il controllare mucche e pecore, sempre con la sua mano nella mia ed in quei giorni parlava, controllava e parlava, parlava tra se, ma si rivolgeva a me come io capissi cosa intendeva dire, poi verso le tre del pomeriggio si sedeva sulla panca fuori casa dove si vedeva la catena di montagne

verso La Valle Agordina, mi faceva sedere sul suo ginocchio sinistro, sulle morbide braghe di velluto ed accarezzandomi i ricci mi faceva delle domande trabocchetto....come si divertiva vedermi interdetto ai suoi scherzosi discorsi. Ma poi i suoi pensieri ritornavano alle zone dove aveva trascorso l'inverno ed allora cominciava a raccontare....


Quarta parte.. http://agneredintorni.blogspot.it/2010/12/i-nonni-dun-tempo-quarta-parte.html